C'era una volta, su Striscia la Notizia, una rubrica che si chiamava «Spettegules, Spettegovezzi». Un nome buffo per raccontare i pettegolezzi di casa nostra. Ecco, prendendo in prestito lo spirito di quella parodia, proviamo a raccontare quello che si sussurra nei bar, sui social e nei crocicchi di Aosta in questi giorni. Perché di cose da sussurrare, a quanto pare, ce ne sono parecchie.
Nel centro-destra valdostano, quello fatto di persone moderate, ragionevoli, spesso persino progressiste nel modo di intendere la politica locale, si respira un'aria diversa dal solito. E questa volta non si tratta di sensazioni vaghe, ma di fascicoli, sentenze e carte che parlano da sole.
Il primo dossier porta il nome dell'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Nel caso legato alla vicenda dell'anarchico Alfredo Cospito, la Corte d'appello di Roma ha confermato la condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d'ufficio, disponendo anche un anno di interdizione dai pubblici uffici, dopo che già il Tribunale, in primo grado, lo aveva ritenuto colpevole, nonostante la stessa procura generale ne avesse chiesto l'assoluzione.
E proprio nelle scorse settimane, sulla richiesta della Procura di Roma di acquisire una chat tra Delmastro e il suo ex socio Mauro Caroccia — indagato e considerato un prestanome legato ad ambienti della camorra romana — la Camera ha fatto scattare quello che diversi osservatori hanno definito, senza troppi giri di parole, uno «scudo» parlamentare, bloccando di fatto l'utilizzo di quel materiale.
Il secondo dossier è quello che porta il nome di Dario Bianchi, l'imprenditore alla guida di JC Electronics Italia, diventato negli ultimi mesi uno dei principali accusatori dell'ex premier Giuseppe Conte davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid.
Il 31 ottobre 2025, il governo Meloni ha firmato con la sua società una transazione da oltre 100 milioni di euro, per la precisione 100.221.429,85 euro, per chiudere, prima del giudizio d'appello, un contenzioso sulla fornitura di mascherine che in primo grado aveva già condannato la Presidenza del Consiglio e il Ministero della Salute a versarne oltre 203 milioni.
Una cifra coperta, guarda caso, da un decreto-legge varato due giorni prima.
Da allora, però, su quell'accordo è calato un velo. Il Ministero della Salute ha negato l'accesso agli atti chiesto da un senatore del Pd, richiamandosi a un parere dell'Avvocatura dello Stato secondo cui documentazione e trattative sarebbero coperte da segreto. E la stessa Commissione Covid, a maggioranza di centrodestra, ha scelto, per ora, di non chiedere che quel velo venga sollevato.
Chi vota certi partiti, se ha un minimo di onestà intellettuale e di dignità morale, davanti a fascicoli così circostanziati comincia inevitabilmente a farsi delle domande.
Non è un caso isolato. C'è chi, tra amici di destra con cui si discute magari solo su Facebook, mostra apertamente il proprio disagio. Il fastidio di essere etichettati, anche solo per associazione, come parte di un'area politica che sembra tutelare ambienti poco trasparenti o difendere a spada tratta interessi opachi.
Un imbarazzo che non nasce dagli attacchi della sinistra o dei grillini di turno — questo va detto chiaramente — ma da un moto di amor proprio, dalla dignità personale di chi si ritrova, magari suo malgrado, dentro un'alleanza che fatica sempre di più a riconoscere.
E qui arriva la domanda che, tra un caffè e l'altro, rimbalza sempre più spesso nei bar del capoluogo: il centro-destra, quello vero, esiste ancora? O è rimasta solo l'etichetta?
L'alleanza tra Union Valdôtaine e Forza Italia, che a livello locale finisce per fare da sponda — più o meno consapevolmente — alla difesa a oltranza del governo centrale, ha ancora un senso? È davvero condivisa da tutti gli elettori, a partire dagli stessi unionisti? O anche tra le fila dell'Union comincia a farsi strada qualche mal di pancia, nel vedere i propri alleati romani difendere situazioni sempre più difficili da giustificare?
E qui il quadro valdostano si complica ulteriormente, perché la spaccatura non corre solo tra alleati «romani» e alleati «locali»: corre anche dentro lo stesso centro-destra regionale.
Dopo le elezioni dello scorso autunno, Fratelli d'Italia, Lega e La Renaissance Valdôtaine non avevano affatto digerito la scelta di Forza Italia di andare a braccetto con l'Union per formare la giunta, tanto che la coalizione presentata agli elettori si è di fatto sfaldata all'indomani del voto.
Il risultato è un centro-destra che si ritrova diviso in due: da una parte Forza Italia, comodamente seduta nella maggioranza accanto all'Union; dall'altra Fratelli d'Italia e Lega, relegate all'opposizione.
E in mezzo, La Renaissance Valdôtaine, che, pur avendo fatto campagna elettorale nella stessa squadra di FI, ha scelto — almeno per ora — di non sostenere la nuova maggioranza, ritrovandosi sempre più spesso a marciare in Consiglio fianco a fianco con la Lega, come dimostrano i tanti ordini del giorno presentati congiuntamente dai due gruppi.
Una scelta di campo che, a sentire chi osserva le dinamiche di palazzo, la Renaissance sta pagando cara in termini di peso politico, schiacciata tra un'Union che governa e una Forza Italia che, di quel governo, è ormai parte integrante.
Sono domande che, a quanto pare, in molti si stanno ponendo ad Aosta. Si leggono tra le righe dei social, si respirano nell'aria dei bar, dove — quasi sottovoce, come se dirlo a voce alta fosse ancora troppo — c'è chi scuote la testa e sussurra: «No, così non va bene».
Ma tranquilli: sono solo Spetteguless.





