Chez Nous - 09 agosto 2026, 08:00

Des larmes de crocodile

Lacrime di coccodrillo

Des larmes de crocodile

Ci sono tragedie che il tempo non cancella. E ce ne sono altre che la politica sembra ricordare soltanto quando conviene. Mai come quest'anno Giorgia Meloni ha voluto ricordare la tragedia di Marcinelle, la strage avvenuta l'8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier, in Belgio, dove un incendio provocato da un incidente nelle gallerie provocò la morte di 262 minatori, 136 dei quali italiani. Erano uomini partiti dall'Italia per cercare quello che nel nostro Paese non riuscivano a trovare: un lavoro, un salario, una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie. Erano migranti. Non clandestini, non invasori, non una minaccia alla sicurezza nazionale. Erano italiani che avevano attraversato una frontiera perché avevano bisogno di lavorare. E qui comincia la prima, enorme contraddizione. Se negli anni Cinquanta l'Europa avesse applicato agli italiani che cercavano lavoro le stesse logiche di chi oggi pretende di chiudere le frontiere a chi fugge dalla guerra, dalla fame e dalla disperazione, quei minatori non sarebbero mai arrivati in Belgio. Forse sarebbero stati vivi, ma probabilmente sarebbero rimasti in un'Italia povera, senza lavoro e senza prospettive. È una considerazione scomoda, soprattutto per chi oggi celebra Marcinelle con parole commosse e contemporaneamente costruisce muri politici e materiali contro altri uomini, donne e bambini che cercano esattamente ciò che cercavano i nostri emigranti: una possibilità. La memoria, evidentemente, può essere selettiva.

E così arriviamo a Ceuta. Nel maggio del 2021, migliaia di migranti entrarono nell'enclave spagnola di Ceuta, territorio spagnolo sulla costa nordafricana, attraversando il confine dal Marocco. Tra loro c'erano moltissimi giovani e minori, spinti dalla povertà, dalla disperazione e dalle condizioni politiche e sociali dei Paesi di provenienza. Le immagini di quelle persone ammassate davanti alla frontiera fecero il giro del mondo e mostrarono ancora una volta il dramma di chi cerca di entrare in Europa attraverso una frontiera. Eppure la risposta politica europea fu, ancora una volta, quella della fortezza: contenere, respingere, bloccare. Il messaggio che arriva è semplice e brutale: quando sei europeo e attraversi una frontiera per cercare lavoro, puoi diventare il simbolo del sacrificio e della memoria nazionale; quando sei africano o mediorientale e attraversi una frontiera per cercare sicurezza e futuro, rischi di diventare soltanto un numero nelle statistiche degli sbarchi. È la stessa frontiera, ma sembra avere un valore diverso a seconda di chi la attraversa.

Poi c'è Cutro. Il 26 febbraio 2023, davanti alla costa calabrese, un'imbarcazione carica di migranti naufragò a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Morirono almeno 94 persone, tra cui molti bambini. Uomini, donne e famiglie che avevano affrontato il mare nella speranza di lasciarsi alle spalle guerre, persecuzioni, povertà e disperazione. Non stavano venendo in Italia per turismo. Stavano cercando di sopravvivere. Cutro avrebbe dovuto rappresentare uno spartiacque, una tragedia capace di obbligare la politica a interrogarsi non soltanto sulle responsabilità immediate di un naufragio, ma anche sulle ragioni per cui migliaia di persone sono costrette ad affidare la propria vita a un'imbarcazione precaria pur di raggiungere l'Europa. Invece, dopo le lacrime e le dichiarazioni di circostanza, è arrivata la politica di sempre: muri, respingimenti, accordi con Paesi terzi, controlli, procedure più dure e soprattutto la continua ricerca di una soluzione lontano dagli occhi degli europei. Cutro è rimasta una ferita aperta e per i sopravvissuti e per i familiari delle vittime resta una domanda alla quale la politica dovrebbe rispondere: che cosa è stato fatto concretamente per loro? Non basta commemorare una tragedia se poi non si interviene sulle condizioni che rendono possibili tragedie analoghe.

È questo il punto sul quale la politica dovrebbe misurare la propria coerenza. Non si può commemorare Marcinelle senza ricordare che quegli italiani erano emigranti. Non si può celebrare l'emigrazione italiana soltanto per esaltare il coraggio dei nostri connazionali e contemporaneamente considerare un problema l'emigrazione degli altri. Non si può piangere davanti alle fotografie dei nostri minatori morti all'estero e poi voltarsi dall'altra parte davanti a chi muore cercando di arrivare in Europa. La differenza è che noi abbiamo avuto la fortuna di nascere dalla parte giusta della frontiera, quella stessa frontiera che oggi pretendiamo di trasformare in una barriera invalicabile per chi nasce dalla parte sbagliata. È qui che le parole di Giorgia Meloni rischiano di trasformarsi in lacrime di coccodrillo. Perché una cosa è commuoversi davanti alla memoria di una tragedia; un'altra è costruire, attraverso le proprie scelte politiche, le condizioni perché tragedie analoghe continuino ad accadere. La politica non si giudica soltanto da ciò che dice nelle cerimonie ufficiali. Si giudica da ciò che fa il giorno dopo.

E allora la domanda diventa inevitabile: che senso ha celebrare gli italiani di Marcinelle se non si riconosce agli altri migranti il medesimo diritto a cercare un futuro? Quegli uomini attraversarono le Alpi per andare nelle miniere belghe. Oggi uomini e donne attraversano il Mediterraneo per raggiungere l'Europa. I contesti sono diversi, le cause sono diverse, i viaggi sono diversi, ma il denominatore comune è terribilmente simile: fuggire da una condizione insostenibile e cercare una prospettiva di vita migliore. I nostri emigranti partivano con una valigia di cartone; quelli di oggi partono spesso con un sacchetto di plastica e un telefono in tasca. Ma dietro entrambi c'è la stessa speranza: arrivare da qualche parte dove sia possibile costruirsi un futuro. La tragedia di Marcinelle ci ricorda che anche gli italiani sono stati stranieri. Ceuta ci ricorda che le frontiere possono diventare luoghi di disperazione. Cutro ci ricorda che quando le vie sicure e legali sono insufficienti o praticamente inesistenti, il mare diventa l'ultima possibilità.

Non basta quindi mostrare commozione. Servirebbero politiche capaci di costruire accoglienza, integrazione, lavoro, sicurezza e soprattutto canali legali e sicuri per chi fugge dalle guerre e dalla miseria. Servirebbe una politica che non trasformi il migrante in un nemico utile alla propaganda. Servirebbe, soprattutto, un po' di memoria vera. Perché la memoria non è una fotografia da esibire nelle ricorrenze: è una responsabilità. E ricordare Marcinelle dovrebbe obbligare l'Italia a guardare negli occhi chi oggi arriva sulle nostre coste e riconoscere in quella persona qualcosa di terribilmente familiare: la paura di non avere un futuro, la speranza di trovarlo altrove, la necessità di partire. Per questo le lacrime davanti alle tragedie degli emigranti italiani rischiano di essere soltanto lacrime di coccodrillo se, nello stesso momento, si lavora per impedire agli altri di fare ciò che i nostri connazionali hanno fatto per decenni: attraversare una frontiera alla ricerca di una vita migliore. Marcinelle si ricorda con i discorsi, ma Marcinelle si onora con la coerenza. E la coerenza, oggi, imporrebbe di riconoscere che chi fugge da una guerra, dalla fame o dalla disperazione non è necessariamente un problema da respingere. È, prima di tutto, una persona. Una persona che chiede ciò che ieri chiedevano anche i nostri emigranti: una possibilità.

piero.minuzzo@gmail.com

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