ATTUALITÀ ECONOMIA - 29 luglio 2026, 12:00

La Valle d’Aosta scopre la sete in alta quota

La siccità sta cambiando il volto della montagna valdostana: gli alpeggi anticipano la discesa a valle non per mancanza di pascoli, ma per la scarsità d’acqua. Tra vecchie vasche abbandonate, nuovi piani regionali e il progetto BECCA per i bacini multifunzionali, emerge una sfida politica: trasformare l’acqua in quota da emergenza a infrastruttura strategica per agricoltura, allevamento e prevenzione degli incendi

ru Courtaud (ph repertorio)

ru Courtaud (ph repertorio)

In Valle d’Aosta, estate dopo estate, la scena si ripete con una novità amara: alpeggi che “desarpano” in anticipo, non per mancanza di erba, ma per mancanza d’acqua. In una regione che si è sempre percepita come “ricca di sorgenti”, ci ritroviamo a fare i conti con la stessa siccità che colpisce i territori del Sud.

La domanda, ormai, non è più se il cambiamento climatico esista, ma se abbiamo deciso di prenderlo davvero sul serio.

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorda un’altra montagna. Vasche di accumulo vicino alle baite, piccoli bacini scavati e murati a mano, che servivano per il bestiame, l’orto e i campi di patate. Non erano opere faraoniche, ma un sistema diffuso di micro-infrastrutture idriche, pensato da chi in montagna ci viveva tutto l’anno.

Oggi, tornando in quei luoghi, quelle vasche sono spesso vuote, abbandonate, inghiottite dai rovi. Un pezzo di cultura materiale che abbiamo lasciato andare, insieme a una parte del presidio del territorio.

Nel frattempo, la politica regionale non è rimasta del tutto ferma. Esiste un Piano di Tutela delle Acque (PTA 2030), aggiornato con orizzonte al 2030, che indica obiettivi ambiziosi: uso razionale della risorsa, attenzione agli impieghi agricoli, adattamento ai cambiamenti climatici e tutela degli ecosistemi acquatici.

Esiste anche un Piano d’Ambito del Servizio Idrico Integrato, che analizza le criticità di captazioni, serbatoi e reti, programmando investimenti per aumentare la capacità degli invasi, migliorare le opere di presa e informatizzare gli impianti.

Eppure, se si guarda la questione dalla prospettiva degli alpeggi, emerge un vuoto: la zootecnia di montagna non dispone di un piano dedicato per l’approvvigionamento idrico.

È assorbita nella categoria generica dell’“agricoltura”, senza una strategia operativa che indichi, ad esempio: dove servono nuovi bacini di accumulo? Quali vasche storiche possono essere recuperate? Come si garantisce l’acqua alle mandrie che trascorrono tre mesi sopra i 2.000 metri?

Sul fronte della prevenzione degli incendi, la storia è simile.

La Francia, che per anni ha privilegiato altre priorità, oggi paga caro l’abbandono di una politica ambientale strutturata: pochi mezzi aerei, bacini insufficienti, centinaia di migliaia di sfollati e danni incalcolabili.

La lezione è chiara: senza acqua disponibile sul territorio, la lotta agli incendi diventa una corsa in salita. La grandeur francese, che rivendica anche la propria potenza militare e nucleare, si trova oggi a fronteggiare gli incendi con una flotta di Canadair ormai anziana e con risorse insufficienti. Una politica che rischia di presentare un conto pesante ai cittadini francesi.

In Valle d’Aosta qualcosa si muove. Il progetto BECCA, sviluppato con il Politecnico di Torino e partner francesi, ha prodotto linee guida per bacini montani sicuri, pensati proprio per rispondere alla siccità del 2022.

Questi invasi, di piccola e media dimensione, sono concepiti per usi multipli: irrigazione agricola, innevamento artificiale, operazioni antincendio boschivo e supporto in caso di carenze di acqua potabile.

È esattamente l’incrocio che serve: agricoltura e protezione dell’ambiente che uniscono competenze e risorse per affrontare problemi comuni.

Ma oggi BECCA è ancora soprattutto un progetto pilota, un insieme di linee guida. La vera domanda politica è se vogliamo trasformarlo in una rete: una costellazione di bacini montani diffusi, integrati nei piani antincendio, collegati alla zootecnia di montagna e alla gestione dei pascoli.

Perché la verità è scomoda ma semplice: non possiamo più permetterci di nascondere la testa sotto la sabbia — o sotto la neve che non cade.

La siccità in alta quota non è un incidente, è un nuovo scenario. E in questo scenario gli alpeggi non possono essere lasciati soli, così come gli incendi non possono essere affrontati soltanto con i mezzi aerei.

Servono scelte chiare:

  • Recuperare le vasche storiche dove ha senso farlo, con piccoli interventi mirati, invece di lasciarle diventare semplice archeologia rurale.
  • Pianificare bacini multifunzionali in quota, seguendo le linee guida BECCA, con un uso esplicito per abbeveraggio, irrigazione dei prati e rifornimento antincendio.
  • Inserire la zootecnia di montagna nei piani idrici e nei piani incendi, non come nota a margine, ma come capitolo centrale della gestione del territorio.

La montagna abbandonata è un dato di fatto. Ma la montagna senza acqua è un problema politico, non soltanto climatico.

Se continuiamo a trattare gli alpeggi come una cartolina estiva e non come un’infrastruttura viva di presidio, la prossima “dsarpa anticipata” non sarà soltanto un disagio per gli allevatori: sarà il segnale che abbiamo perso un pezzo di futuro.

La Valle d’Aosta ha gli strumenti tecnici, i piani e i progetti. Quello che manca, oggi, è il coraggio di riconoscere che l’acqua in montagna non è più garantita “per natura” e che la politica deve smettere di considerarla un dono eterno.

È tempo di tornare a costruire vasche — fisiche e culturali — prima che la siccità diventi la nuova normalità dei nostri alpeggi.

Vittore Lume-Rezoli

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