«Dalle Cronache dimenticate del Ducato della Petite Patrie, terzo foglio del manoscritto anonimo. L’autore annota che in questa terra le decisioni non si prendono: si distribuiscono.»
Nel Ducato della Petite Patrie esisteva un ordine antico e segreto, più influente di qualunque legge scritta: l’Ordine della Poltrona Dorata.
Non era un’istituzione ufficiale.
E proprio per questo funzionava perfettamente.
Nel Palazzo dei Cinque Corridoi, ogni seduta produceva inevitabilmente un effetto collaterale: nuove sedute.
Ogni problema discusso generava una commissione.
Ogni commissione generava una sotto-commissione.
Ogni sotto-commissione generava un tavolo tecnico.
E ogni tavolo tecnico produceva, come risultato finale, una relazione che consigliava prudenza.
La prudenza, nel Ducato, era considerata una forma elevata di azione.
Il Barone delle Nomine convocava le riunioni dell’Ordine con discrezione chirurgica.
Non c’era convocazione ufficiale.
Solo sguardi d’intesa nei corridoi.
Frasi lasciate a metà.
E una parola chiave:
“Opportunità.”
Chi la sentiva, sapeva.
Il Marchese della Rotonda partecipava come garante dell’equilibrio.
Non decideva.
Equilibrava.
L’Ordine della Poltrona Dorata non assegnava potere.
Assegnava sedute.
Sedute nei consigli.
Sedute nelle commissioni.
Sedute nei comitati.
Sedute nei sottocomitati dei comitati.
Il Visconte del Rinvio osservava soddisfatto:
“Una buona architettura istituzionale deve prevedere che nessuno resti in piedi troppo a lungo.”
La frase venne annotata come principio di buona amministrazione.
Il Cavaliere dei Comunicati aveva il compito più delicato: trasformare la distribuzione delle sedute in linguaggio pubblico.
“Rafforzamento della governance partecipata.”
“Valorizzazione delle competenze diffuse.”
“Riorganizzazione funzionale in ottica di efficienza sistemica.”
Ogni frase era perfetta.
Nessuna significava qualcosa di verificabile.
Fuori dal Palazzo, il concetto di “seduta” aveva un significato diverso.
Il popolo sedeva davvero.
Alle fermate.
Nei pronto soccorso.
Nelle sale d’attesa.
Nei treni in ritardo.
Un cittadino disse:
“Loro siedono per decidere dove farci sedere noi.”
Nessuno rise.
Perché era difficile dire se fosse una battuta.
Il momento più atteso dell’Ordine era la Distribuzione delle Responsabilità Funzionali Temporanee Permanenti.
Un titolo così lungo che nessuno osava contraddirlo.
Il Barone delle Nomine lo spiegava così:
“Ogni ruolo esiste per garantire che nessun ruolo resti scoperto.”
Il risultato era una perfetta circolarità amministrativa.
Il lavoro generava incarichi.
Gli incarichi generavano lavoro.
E il tempo, nel frattempo, continuava a scorrere fuori dal Palazzo.
Il Conte delle Promesse osservava:
“Serve qualcuno che risolva i problemi.”
Il Visconte del Rinvio rispondeva:
“Stiamo valutando chi debba valutare chi risolve i problemi.”
La Marchesa del Consenso annuiva.
Il Marchese della Rotonda concludeva:
“L’importante è che nessuno agisca da solo.”
Qualcosa, però, cambiava fuori.
Non nella protesta.
Ma nello sguardo.
La gente iniziava a riconoscere schemi.
Ripetizioni.
Formule.
Un giovane disse:
“È sempre la stessa storia.”
Il padre rispose:
“No. È sempre la stessa scenografia.”
Quella notte, nel Palazzo dei Cinque Corridoi, le luci rimasero accese più a lungo del solito.
Non per lavorare.
Ma per ridistribuire equilibri.
E nel Ducato della Petite Patrie, gli equilibri erano l’unica forma di movimento ammessa.





