Chez Nous - 02 luglio 2026, 08:00

I Marchesi della Petite Patrie

Puntata II – Il Gran Torneo delle Promesse

I Marchesi della Petite Patrie

«Dalle Cronache dimenticate del Ducato della Petite Patrie, secondo foglio del manoscritto anonimo. L’autore annota che in questa terra le promesse non si scrivono per essere mantenute, ma per essere scambiate.»

Nel Ducato della Petite Patrie esisteva un’usanza antica, non scritta ma rigidamente rispettata: ogni ciclo politico era accompagnato da un torneo.

Non un torneo di spade, né di cavalli, ma di promesse.

Il premio non era un oggetto, ma una posizione: più vicina possibile al centro del tavolo, dove si decideva senza mai dichiarare di decidere.

Il Gran Torneo veniva annunciato dal Cavaliere dei Comunicati, che lo descriveva sempre come “una fase di grande partecipazione democratica e rinnovato slancio progettuale”.

Nessuno aveva mai capito cosa significasse esattamente, ma suonava bene.

Il Marchese della Rotonda apriva ufficialmente la competizione con una frase ormai rituale:

“Il Ducato ha bisogno di idee nuove.”

Peccato che le idee vecchie non avessero ancora finito il mandato.

Scendevano in campo le casate.

Il Conte delle Promesse era il favorito naturale. Non perché mantenesse ciò che diceva, ma perché riusciva a moltiplicare le promesse senza mai farle collidere tra loro. Era un’arte raffinata: promettere infrastrutture, servizi e riforme nello stesso territorio e nello stesso orario, senza che nessuno potesse contestare la simultaneità.

Il Visconte del Rinvio, invece, partecipava al torneo con una strategia difensiva:

“Prometto che valuteremo attentamente ogni promessa.”

Una promessa che si proteggeva da sola, come un castello circondato da un fossato di prudenza.

La Marchesa del Consenso non faceva promesse. Le approvava.

Era una differenza sottile ma fondamentale.

Il Barone delle Nomine, invece, aveva un approccio più diretto:

“Ogni promessa ha bisogno di qualcuno che la realizzi. E io conosco persone adatte.”

Non specificava mai quali persone, né quali promesse.

Nel Gran Torneo della Petite Patrie le alleanze non si firmavano: si percepivano.

Un giorno due casate erano in perfetta sintonia.

Il giorno dopo si salutavano con rispetto istituzionale.

Il terzo giorno non si ricordavano più di essersi parlate.

Il popolo osservava tutto con interesse crescente, come si guarda una partita senza conoscere le regole ma intuendo che il risultato cambierà comunque poco.

Il vecchio del villaggio spiegava al nipote:

“Qui le alleanze sono come la neve di primavera.”

“Cioè?”

“Appena le capisci, si sciolgono.”

Durante la seconda giornata del torneo, il Conte delle Promesse salì sul palco centrale.

“Realizzeremo una nuova stagione di sviluppo.”

Applausi.

“Potenzieremo i servizi fondamentali.”

Applausi più forti.

“E garantiremo che il Ducato sia finalmente all’altezza delle sue ambizioni.”

Applauso quasi commosso.

Nessuno chiese quali fossero le ambizioni, per non rovinare il momento.

Il Visconte del Rinvio intervenne subito dopo:

“Naturalmente ogni proposta dovrà essere valutata con attenzione, gradualità e rispetto delle procedure.”

Applauso istituzionale, quello che si fa quando non si è d’accordo ma non lo si vuole dire.

Nel Ducato della Petite Patrie si era sviluppata una disciplina accademica non ufficiale: la gestione dell’intenzione politica.

Secondo questa scuola di pensiero, una promessa aveva tre fasi:

  1. Annuncio
  2. Studio
  3. Rinviabilità permanente

Il Barone delle Nomine ne era il principale teorico.

Sosteneva che una promessa ben formulata dovesse contenere già la sua futura eccezione.

“La promessa perfetta,” diceva, “è quella che può essere sempre reinterpretata.”

Fuori dal palazzo, il torneo veniva seguito con una certa distanza emotiva.

Non disinteresse.

Piuttosto una forma di esperienza.

I cittadini riconoscevano i gesti, le frasi, le dinamiche.

Le avevano già viste.

Più volte.

Un giovane chiese al padre:

“Ma vincono sempre gli stessi?”

Il padre rispose:

“No. Cambiano solo le maglie.”

Alla fine della giornata, il Marchese della Rotonda dichiarò:

“Il torneo è stato un successo di partecipazione e confronto.”

Nessuno osò chiedere chi avesse vinto.

Perché nel Ducato della Petite Patrie vincere era un concetto fluido.

E soprattutto, non definitivo.

Il Cavaliere dei Comunicati redasse immediatamente una nota ufficiale:

“Grande soddisfazione per il clima costruttivo e la maturità dimostrata da tutte le componenti.”

Il testo fu approvato senza lettura.

Quella notte, nel Palazzo dei Cinque Corridoi, qualcuno disse che il vero risultato del torneo era stato uno solo: nessuno aveva perso.

E nel Ducato della Petite Patrie, non perdere era già considerato una forma elegante di vittoria.

piero.minuzzo@gmail.com

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