Chez Nous - 24 giugno 2026, 08:00

Omerta publique

Omertà pubblica

Omerta publique

Esistono parole che fanno paura perché evocano immediatamente un modo malato di intendere il rapporto tra potere e cittadini. Una di queste è certamente "omertà". Siamo abituati ad associarla alla criminalità organizzata, ai silenzi imposti, alle verità nascoste e alle domande che non devono trovare risposta. Eppure, ogni volta che un'istituzione pubblica sceglie di sottrarsi alla trasparenza, quella parola torna inevitabilmente a riaffacciarsi nel dibattito pubblico. Non perché si possano fare paragoni impropri, ma perché il principio è lo stesso: chi esercita un potere e rifiuta di rendere conto delle proprie decisioni genera sfiducia, sospetto e distanza tra amministratori e amministrati.

La vicenda del Centro di permanenza per i rimpatri previsto a Trento è, sotto questo profilo, emblematica. E lo è indipendentemente dalle opinioni che ciascuno può avere sui CPR. Si può essere favorevoli, contrari o semplicemente dubbiosi rispetto alla loro utilità, ma qui la questione va ben oltre il dibattito sull'immigrazione. Qui si parla di trasparenza amministrativa e di diritto dei cittadini a conoscere ciò che viene realizzato sul territorio in cui vivono. Tutto nasce il 23 aprile scorso, quando Cittadinanzattiva APS e le realtà riunite nel Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR hanno presentato una richiesta di accesso civico generalizzato per ottenere la documentazione relativa alla progettazione e alla realizzazione della struttura prevista nell'area di Maso Visintainer, nel quartiere di Piedicastello. Una richiesta assolutamente legittima, formulata attraverso gli strumenti previsti dalla normativa sulla trasparenza e motivata dall'esigenza di conoscere gli aspetti urbanistici, ambientali ed edilizi di un'opera destinata ad avere un impatto significativo sul territorio.

La risposta delle istituzioni è arrivata il 19 maggio ed è stata un autentico schiaffo al principio di trasparenza. Ministero dell'Interno, Commissariato del Governo e Provincia autonoma di Trento hanno infatti negato integralmente l'accesso agli atti, appellandosi alla normativa che qualifica i CPR come opere legate alla sicurezza nazionale. Non un diniego parziale, non l'oscuramento delle sole informazioni eventualmente sensibili, ma una chiusura totale. Una sorta di sipario calato sull'intero progetto, come se la semplice consultazione di documenti urbanistici e ambientali potesse mettere in pericolo la sicurezza dello Stato. Una posizione che appare francamente difficile da comprendere e ancora più difficile da giustificare.

Di fronte a questa chiusura, il 15 giugno Cittadinanzattiva ha depositato una formale richiesta di riesame, sostenuta dall'Assemblea Antirazzista Trento, dal Coordinamento NO CPR e da un collegio legale composto dagli avvocati Gennaro Santoro, Antonello Ciervo, Salvatore Fachile e da Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti di Cittadinanzattiva. La loro contestazione è tanto semplice quanto fondata: anche quando esistono elementi che richiedono particolari tutele, la legge impone di limitare l'accesso solo alle parti realmente sensibili della documentazione, non di secretare interi fascicoli. Del resto, come ricordano gli stessi promotori dell'iniziativa, la giurisprudenza amministrativa ha già chiarito in più occasioni che dati relativi alla localizzazione, all'impatto territoriale e agli aspetti urbanistici di queste strutture non possono essere assimilati a segreti militari.

È proprio questo il punto che lascia maggiormente perplessi. L'area individuata per il CPR si trova in una zona particolarmente delicata, stretta tra la tangenziale, l'autostrada del Brennero e un metanodotto ad alta pressione. I cittadini chiedono di conoscere valutazioni ambientali, studi sull'inquinamento acustico, verifiche di sicurezza e impatti urbanistici. Non stanno domandando informazioni sulle attività dell'intelligence, né sui sistemi di difesa nazionale. Stanno semplicemente cercando di capire cosa verrà costruito accanto alle loro case e quali conseguenze potrà avere sulla qualità della vita e sulla sicurezza del quartiere. In qualsiasi democrazia matura questo dovrebbe essere considerato un diritto elementare, non una concessione straordinaria.

La sensazione, invece, è che si stia affermando una cultura amministrativa sempre più incline a considerare il cittadino come un soggetto da tenere all'oscuro anziché come il destinatario dell'azione pubblica. Si parla continuamente di partecipazione, condivisione e coinvolgimento delle comunità locali, ma quando arriva il momento di mettere le carte sul tavolo prevalgono il silenzio, i rinvii e le porte chiuse. È una contraddizione che mina la credibilità delle istituzioni molto più di qualsiasi polemica politica. Perché la fiducia non nasce dalle dichiarazioni di principio, ma dalla disponibilità a rendere conto delle proprie scelte.

Chi governa dovrebbe comprendere che la trasparenza non indebolisce il potere pubblico, bensì lo rafforza. Un'amministrazione che mostra i documenti, che spiega le proprie decisioni e che accetta il controllo dei cittadini dimostra sicurezza, autorevolezza e rispetto. Al contrario, quando si ricorre alla secretazione come risposta automatica alle richieste di chiarimento, si alimenta inevitabilmente il sospetto che vi sia qualcosa da nascondere. Magari non è così, ma poco importa: la percezione pubblica diventa essa stessa un problema politico e istituzionale.

Per questo la battaglia portata avanti da Cittadinanzattiva, dall'Assemblea Antirazzista Trento e dall'intero Coordinamento NO CPR va ben oltre il destino del centro previsto a Trento. La loro domanda riguarda tutti noi: fino a che punto un'opera pubblica può essere sottratta alla conoscenza dei cittadini in nome di una generica esigenza di sicurezza? E soprattutto, chi controlla il controllore quando le istituzioni decidono che i cittadini non devono sapere?

Sono interrogativi che dovrebbero preoccupare chiunque abbia a cuore la qualità della nostra democrazia. Perché quando il diritto di accesso agli atti viene svuotato di significato e la trasparenza si trasforma in una parola buona soltanto per i discorsi ufficiali, il rischio è che si consolidi una pericolosa abitudine al silenzio. Un silenzio che non tutela la sicurezza nazionale, ma protegge il potere dalla verifica pubblica.

E quando le istituzioni smettono di rispondere ai cittadini, quando le carte vengono chiuse nei cassetti e la conoscenza diventa un privilegio anziché un diritto, allora la parola omertà smette di appartenere soltanto ai libri di storia o alle cronache giudiziarie. Diventa un problema democratico. Un problema che riguarda tutti. E che merita di essere denunciato con forza, prima che il silenzio diventi la regola e la trasparenza l'eccezione.

Omertà pubblica

Il existe des mots qui font peur parce qu’ils évoquent immédiatement une manière malsaine de concevoir la relation entre le pouvoir et les citoyens. L’un de ces mots est sans aucun doute « omerta ». Nous avons l’habitude de l’associer à la criminalité organisée, aux silences imposés, aux vérités cachées et aux questions qui ne doivent pas trouver de réponse. Pourtant, chaque fois qu’une institution publique choisit de se soustraire à la transparence, ce mot refait inévitablement surface dans le débat public. Non pas parce qu’il serait pertinent d’établir des comparaisons abusives, mais parce que le principe demeure le même : celui qui exerce un pouvoir et refuse de rendre compte de ses décisions engendre méfiance, soupçons et distance entre gouvernants et gouvernés.

L’affaire du Centre de permanence pour les rapatriements (CPR) prévu à Trente est, sous cet angle, emblématique. Et cela indépendamment des opinions que chacun peut avoir sur ces structures. On peut être favorable, opposé ou simplement sceptique quant à leur utilité, mais la question dépasse largement le débat sur l’immigration. Il est ici question de transparence administrative et du droit des citoyens à connaître ce qui est réalisé sur le territoire où ils vivent. Tout commence le 23 avril dernier, lorsque Cittadinanzattiva APS et les organisations réunies au sein de la Coordination Trentin-Haut-Adige/Südtirol NO CPR ont présenté une demande d’accès civique généralisé afin d’obtenir la documentation relative à la conception et à la réalisation de la structure prévue dans la zone de Maso Visintainer, dans le quartier de Piedicastello. Une demande parfaitement légitime, formulée dans le cadre des instruments prévus par la législation sur la transparence et motivée par la volonté de connaître les aspects urbanistiques, environnementaux et de construction d’un ouvrage destiné à avoir un impact significatif sur le territoire.

La réponse des institutions est arrivée le 19 mai et a constitué une véritable gifle au principe de transparence. Le ministère de l’Intérieur, le Commissariat du Gouvernement et la Province autonome de Trente ont en effet refusé intégralement l’accès aux documents, en invoquant la réglementation qui classe les CPR parmi les infrastructures liées à la sécurité nationale. Il ne s’agit pas d’un refus partiel ni de l’occultation des seules informations éventuellement sensibles, mais d’une fermeture totale. Comme un rideau tombé sur l’ensemble du projet, comme si la simple consultation de documents urbanistiques et environnementaux pouvait mettre en danger la sécurité de l’État. Une position qui apparaît franchement difficile à comprendre et encore plus difficile à justifier.

Face à cette fermeture, le 15 juin, Cittadinanzattiva a déposé une demande formelle de réexamen, soutenue par l’Assemblée antiraciste de Trente, par la Coordination NO CPR et par une équipe juridique composée des avocats Gennaro Santoro, Antonello Ciervo, Salvatore Fachile ainsi que de Laura Liberto, coordinatrice nationale de Justice pour les droits au sein de Cittadinanzattiva. Leur contestation est aussi simple que fondée : même lorsqu’il existe des éléments nécessitant une protection particulière, la loi impose de limiter l’accès uniquement aux parties réellement sensibles des documents et non de placer sous secret des dossiers entiers. D’ailleurs, comme le rappellent les promoteurs de cette initiative, la jurisprudence administrative a déjà précisé à plusieurs reprises que les données relatives à la localisation, à l’impact territorial et aux aspects urbanistiques de ces structures ne peuvent être assimilées à des secrets militaires.

C’est précisément ce point qui suscite le plus d’interrogations. La zone retenue pour le CPR se situe dans un secteur particulièrement sensible, coincé entre la rocade, l’autoroute du Brenner et un gazoduc à haute pression. Les citoyens demandent à connaître les évaluations environnementales, les études sur les nuisances sonores, les vérifications de sécurité et les impacts urbanistiques. Ils ne réclament ni des informations sur les activités des services de renseignement ni des détails sur les systèmes de défense nationale. Ils cherchent simplement à comprendre ce qui sera construit à proximité de leurs habitations et quelles conséquences cela pourrait avoir sur leur qualité de vie et sur la sécurité du quartier. Dans toute démocratie mature, cela devrait être considéré comme un droit élémentaire et non comme une concession exceptionnelle.

L’impression qui se dégage, au contraire, est celle d’une culture administrative de plus en plus portée à considérer le citoyen comme un sujet à maintenir dans l’ignorance plutôt que comme le destinataire de l’action publique. On parle sans cesse de participation, de partage et d’implication des communautés locales, mais lorsque vient le moment de mettre les cartes sur la table, ce sont le silence, les reports et les portes closes qui l’emportent. Voilà une contradiction qui affaiblit la crédibilité des institutions bien davantage que n’importe quelle polémique politique. Car la confiance ne naît pas des déclarations de principe, mais de la volonté de rendre compte de ses choix.

Ceux qui gouvernent devraient comprendre que la transparence n’affaiblit pas le pouvoir public, elle le renforce. Une administration qui montre les documents, qui explique ses décisions et qui accepte le contrôle des citoyens fait preuve de sécurité, d’autorité et de respect. À l’inverse, lorsque le recours au secret devient la réponse automatique à toute demande d’éclaircissement, le soupçon qu’il existe quelque chose à cacher s’installe inévitablement. Peut-être n’est-ce pas le cas, mais cela importe finalement peu : la perception publique devient elle-même un problème politique et institutionnel.

C’est pourquoi le combat mené par Cittadinanzattiva, l’Assemblée antiraciste de Trente et l’ensemble de la Coordination NO CPR dépasse largement le destin du centre prévu à Trente. Leur question nous concerne tous : jusqu’à quel point une œuvre publique peut-elle être soustraite à la connaissance des citoyens au nom d’une exigence générale de sécurité ? Et surtout, qui contrôle le contrôleur lorsque les institutions décident que les citoyens ne doivent pas savoir ?

Ce sont là des interrogations qui devraient préoccuper tous ceux qui se soucient de la qualité de notre démocratie. Car lorsque le droit d’accès aux documents administratifs est vidé de sa substance et que la transparence se réduit à un mot utile uniquement dans les discours officiels, le risque est de voir s’installer une dangereuse habitude du silence. Un silence qui ne protège pas la sécurité nationale, mais qui protège le pouvoir du contrôle public.

Et lorsque les institutions cessent de répondre aux citoyens, lorsque les dossiers sont enfermés dans les tiroirs et que la connaissance devient un privilège plutôt qu’un droit, alors le mot « omerta » cesse d’appartenir uniquement aux livres d’histoire ou aux chroniques judiciaires. Il devient un problème démocratique. Un problème qui nous concerne tous. Et qui mérite d’être dénoncé avec force avant que le silence ne devienne la règle et la transparence l’exception.

piero.minuzzo@gmail.com

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