Con il passaggio di testimone alla guida del Circolo Legambiente Valle d’Aosta si apre una nuova fase per l’associazione ambientalista, chiamata a confrontarsi con alcuni dei dossier più delicati e strategici della regione. Gianpaolo Fedi raccoglie l’eredità di Denis Buttol in un momento in cui le questioni ambientali non riguardano più soltanto la sensibilizzazione e la tutela del territorio, ma entrano sempre più nel vivo del confronto politico e delle scelte che interessano trasporti, energia, gestione dei rifiuti e sviluppo turistico.
L’obiettivo di questa intervista è comprendere quale impronta il nuovo presidente intenda dare a Legambiente Valle d’Aosta: più dialogo con le istituzioni o maggiore capacità di mobilitazione? Più proposta tecnica o più pressione politica? E soprattutto quale idea di sostenibilità e di futuro immagina per una Valle d’Aosta alle prese con le sfide del cambiamento climatico, della transizione energetica e del consumo di suolo.
Nato ad Aosta 63 anni fa, con radici valdostane e toscane, Gianpaolo Fedi ha concluso quest’anno la sua carriera di insegnante di Scienze motorie. Dal 1990 ha insegnato ininterrottamente al Liceo Maria Adelaide di Aosta, dopo le prime esperienze in altri istituti scolastici. Da sempre impegnato nel mondo del volontariato, considera l’impegno civico una scelta di responsabilità verso la comunità. Nel 2001 è stato tra i fondatori del Circolo valdostano di Legambiente, diventandone il primo presidente. Cinque anni dopo ha lasciato la guida dell’associazione per dedicarsi all’attività politica, maturando quasi quindici anni di esperienza nel Consiglio comunale di Aosta tra le fila dei Verdi, in un percorso che ha rappresentato la naturale prosecuzione del suo impegno a favore dell’ambiente e dell’interesse collettivo.
Qual è la prima priorità concreta che intende portare avanti nei prossimi mesi alla guida di Legambiente Valle d’Aosta?
«Rinnovare la base associativa. Siamo un gruppo dirigente che lavora insieme e in armonia: è la nostra forza, ma siccome a noi piacciono le "rinnovabili", è necessario rigenerarci con energie nuove. Riguardo ai settori di impegno più cogenti, sicuramente bisogna lavorare sul tema dei trasporti, che è attualissimo. Altro settore che ci vedrà impegnati è quello del clima, ormai già cambiato: è necessario quindi puntare sulla difesa della biodiversità e sulla resilienza agli agenti atmosferici sempre più estremi.»
Legambiente in Valle d’Aosta è più ascoltata o più tollerata dalla politica regionale? E perché?
«Vent’anni fa era proprio invisa. Direi che oggi è generalmente ascoltata, con più attenzione dalle amministrazioni comunali, forse un po’ meno dalla Regione, dove probabilmente è spesso vista con fastidio perché non ha interessi se non quelli della difesa dell’ambiente.»
Sul piano dei trasporti: oggi la discussione si concentra su ferrovia, mobilità su gomma e collegamenti alpini. Dove secondo lei si sta sbagliando strategia?
«Nelle altre regioni c’è una grande richiesta di trasporto pubblico su rotaia. Da noi si boicottano persino le strutture esistenti. E non è vero che non ci sono i soldi, perché la maggior parte dei lavori di miglioria (vedi ad esempio l’elettrificazione verso Ivrea) sono a carico delle Ferrovie. Provo a fare una provocazione: se ammoderno la ferrovia, chi ne gestisce gli appalti? Se invece faccio strade intervallive o costruisco funivie, chi pubblica i bandi? Non sarà che ci sono storici "non detti" nelle politiche di trasporto nella nostra regione? E così muoversi in Valle è quasi impossibile se non si dispone di un mezzo privato: questo danneggia la libertà di movimento dei locali e dei turisti, intasa le strade, genera incidentalità e spalma i costi sulla collettività, facendoci perdere tempo, soldi e attrattività. Nel 2016 la Regione all’unanimità ha votato e puntato sulla ferrovia come asse centrale del trasporto pubblico da cui partire con le connessioni per le valli laterali: cosa è cambiato in questi dieci anni al punto da portarci a distruggere tutto l’impianto normativo senza neppure averlo realizzato?»
Il tema dei rifiuti resta uno dei più delicati e ciclici. La Regione, a suo giudizio, ha fatto scelte strutturali o continua a rincorrere l’emergenza?
«La Regione, spinta dai cittadini con il referendum del 2012, ha preso una strada che non ha però perseguito con coerenza. A distanza di 14 anni troviamo, in una regione grande quanto un quartiere di una città, modalità di raccolta differenti, bidoni con colori per la differenziata diversi, una generale repulsione a sanzionare chi non rispetta le regole: così si crea un danno economico a tutti quei cittadini, la maggioranza, che fanno un ottimo lavoro di separazione dei rifiuti. Anche sui rifiuti non urbani (vedi Pompiod) non mi sembra che si stia operando con lungimiranza e trasparenza: e infatti abbiamo un ricorso in atto davanti al TAR. Con i nostri numeri la Regione potrebbe essere un modello, e invece galleggiamo solo nella media. In questo modo andiamo avanti, senza reazioni o progetti, verso l’esaurimento della discarica di Brissogne. Eppure il modello circolare ormai è nella testa di tutti.»

C’è chi accusa le associazioni ambientaliste di essere troppo “di parte” o ideologiche. Come risponde a questa critica e dove si colloca Legambiente tra protesta e proposta?
«Legambiente è da sempre per la proposta. Lo abbiamo fatto sui rifiuti, lo facciamo sui trasporti, lo facciamo sui modelli della transizione energetica. Ma ci sono dei No che fanno crescere, per dirla con le parole della pedagogia. Quando guardiamo un torrente che scorre noi non guardiamo una ruota modello slot machine, che contabilizza soldi: vediamo l’ecosistema che vive intorno al fiume, vediamo la naturalità perduta dei corsi d’acqua di un tempo, ma pensiamo anche a una ricchezza distribuita sulle persone che vivono la nostra regione e a un modello di sviluppo che non si autodistrugge. Così anche nel turismo: la Valle d’Aosta deve puntare su ciò che ha e non su ciò che non ha!»
In una Valle d’Aosta sempre più sotto pressione tra turismo, energia e consumo di suolo, qual è il rischio ambientale più sottovalutato oggi dalla politica?
«È quello di perdere le caratteristiche per cui le persone ci vengono a cercare, quello di fare delle scelte irreversibili. La cementificazione porta danni che vanno oltre la perdita dei metri quadrati sacrificati per costruirci sopra. Abbiamo puntato sull’acqua, siamo energeticamente autosufficienti, ma non sempre i ricavi sono distribuiti alla comunità. Non abbiamo ancora realizzato la decarbonizzazione e i proclami sono ancora sulla carta. Abbiamo tantissimo sole che potrebbe essere utilizzato, abbiamo normative come quelle sulle comunità energetiche rinnovabili che non decollano. Potremmo essere tutti più autosufficienti e più ricchi, avendo l’ambiente come faro per il futuro. Perché lasciamo passare il tempo senza agire?»
Merci





