Si parla di un parco giochi “tematico”, finanziato anche con risorse pubbliche e targato Monterosa S.p.A., con scivoli giganti a forma di mucca, Fontina e bidoni del latte. Roba da 5-8 metri d’altezza e oltre un milione di euro di investimento.
Nel frattempo, qualcuno si chiede se siamo ancora nel perimetro della legge o già dentro una versione alpina di un luna park identitario.
E infatti il punto politico-amministrativo è proprio quello: cosa c’entra tutto questo con il perimetro della L.R. 6/2018, pensata per impianti funiviari e loro sviluppo tecnico?
Per il comitato “Ripartire dalle Cime Bianche”, la risposta è semplice: nulla.
L’opera è stata già ribattezzata da più parti come “monumento alla mucca da mungere”, ma il bersaglio vero non è l’animale bovino (che in Valle d’Aosta avrebbe anche il diritto di querelare qualcuno per uso improprio dell’immagine), bensì l’uso dei fondi pubblici.
E qui entra in scena Corte dei Conti, chiamata in causa con un esposto che mette in fila un dubbio molto semplice: si può finanziare un parco giochi con norme pensate per ammodernare impianti di risalita?

Lo scultore Barmasse
Per il comitato, la risposta è ancora più secca: no.
Il presidente del comitato, Marcello Dondeynaz, non usa giri di parole particolarmente edulcorati. E nel suo commento la linea è quella del sarcasmo controllato, che in Valle d’Aosta ormai è quasi una disciplina amministrativa.
“Qui non stiamo parlando di valorizzazione della montagna, ma di una trasformazione progressiva in un parco a tema permanente, dove la tradizione diventa scenografia e la normativa un dettaglio adattabile”, ha osservato. E ancora: “Se questa è l’interpretazione della legge sulle funivie, allora siamo pronti a tutto: domani potremmo finanziare una discoteca a forma di stalla purché abbia una vista panoramica sul trasporto a fune”. E la chiosa più politica: “Il rischio non è solo economico, ma culturale: la montagna smette di essere luogo vissuto e diventa prodotto confezionato”.
Il cantiere
Nel dibattito entra anche il confronto con modelli più strutturati, come quello di Le Grand-Bornand, dove la cultura alpina non è ridotta a gadget ma diffusa nel territorio, integrata e meno “attrazionizzata”.
Il comitato cita anche esempi locali: Soussun, Frantze, Cunéaz, Résy, Mascognaz. Villaggi che non hanno bisogno di scivoli giganti per esistere, ma di accessibilità e manutenzione.
Nel dossier presentato alla magistratura contabile, la contestazione è tecnica ma con un sottotesto politico chiarissimo: la destinazione dei fondi.
Se una legge finanzia impianti funiviari, si può arrivare fino a un parco giochi? O si sta allargando la cornice fino a farci entrare qualsiasi cosa abbia un impatto turistico?
Qui la montagna non è solo territorio: è diventata una questione di interpretazione giuridica creativa.
Alla fine resta l’immagine più potente: una mucca gigante che scivola nel lessico della politica come simbolo involontario di un dubbio più grande.
Chi sta mungendo chi?
E soprattutto: la montagna sta crescendo… o solo cambiando scenografia?






