C’è un momento in cui le segnalazioni dei cittadini smettono di essere “sfoghi” e diventano diagnosi. Quella arrivata da Tzambarlet, ad Aosta, è esattamente questo: una fotografia senza filtri di un’area verde che avrebbe dovuto essere un biglietto da visita della città e che invece viene descritta come un accumulo di incuria, rifiuti e abbandono.
Cartacce, bottiglie, sporcizia diffusa. Non episodi isolati, ma una presenza costante che trasforma quello che dovrebbe essere un parco frequentabile in qualcosa che somiglia più a una discarica improvvisata. E già questo basterebbe per aprire una riflessione seria.
Ma il punto non è solo il comportamento – pur grave – di chi sporca senza alcun rispetto per il bene comune. Il punto è che tutto questo avviene in uno spazio pubblico, teoricamente controllato, gestito, curato. E invece la sensazione è quella di un vuoto: pochi controlli, scarsa presenza, manutenzione intermittente.
Il paradosso è sempre lo stesso: si parla molto di educazione civica, di senso della comunità, di rispetto degli spazi pubblici. Poi però, nella pratica, i luoghi vengono lasciati a sé stessi, come se la responsabilità fosse sempre “di qualcun altro”. Di chi sporca, certo. Ma anche di chi dovrebbe prevenire, vigilare, intervenire.
E qui entra in gioco un altro tema che ad Aosta torna ciclicamente: la gestione concreta degli spazi pubblici. Perché non basta inaugurare un’area verde per poter dire che un quartiere è riqualificato. Se poi mancano elementi basilari come la presenza di cestini sufficienti, una pulizia regolare e – dettaglio tutt’altro che secondario – servizi igienici, il risultato è prevedibile.
Un parco senza toilette non è solo un disagio: è un errore di progettazione urbana. Perché esclude di fatto alcune fasce di popolazione, rende meno vivibile lo spazio e contribuisce indirettamente al degrado.
Il caso di Tzambarlet non è isolato, ma emblematico. È il modello di una certa fragilità nella gestione del decoro urbano: si realizza lo spazio, ma non lo si accompagna con una strategia continua di presidio e cura.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto vale davvero l’educazione civica se lo spazio pubblico non viene difeso ogni giorno? Perché il rispetto non si invoca soltanto, si rende possibile. Con controlli, presenza, manutenzione e anche sanzioni quando serve.
Altrimenti resta solo una parola buona per i convegni, ma poco utile davanti a una bottiglia lasciata sull’erba o a un sacchetto abbandonato accanto a una panchina.
Tzambarlet oggi racconta questo: non solo il fallimento di qualche cittadino maleducato, ma il corto circuito tra decoro promesso e decoro reale. E finché questo squilibrio non verrà affrontato con serietà, continueremo a stupirci delle stesse identiche scene. Che però, a questo punto, non sono più sorprese: sono abitudini.








