Ci sono domande che ritornano puntualmente ogni volta che viene annunciata una nuova nomina. Non sono slogan dell'opposizione né polemiche da social network. Sono interrogativi che nascono spontaneamente tra i cittadini, quelli che con le loro tasse finanziano enti, fondazioni e società partecipate. La domanda è sempre la stessa: perché, alla fine, i nomi sono quasi sempre gli stessi? È davvero possibile che in una regione ricca di professionalità, competenze e persone preparate, le figure ritenute adatte a ricoprire incarichi di prestigio siano sempre quelle? Oppure esistono criteri che sfuggono ai comuni mortali?
Naturalmente nessuno pretende di mettere sotto processo chi viene nominato. Sarebbe un errore. Molte persone chiamate a ricoprire ruoli di responsabilità possiedono esperienza, capacità e un curriculum rispettabile. Il punto, però, non è la qualità delle persone, ma il metodo con cui vengono scelte. Perché quando i medesimi nomi ricompaiono con impressionante regolarità ai vertici di enti, fondazioni, consigli di amministrazione e organismi pubblici, il dubbio diventa inevitabile. Si tratta davvero dei migliori oppure il criterio decisivo è un altro? Si premiano il merito, le competenze e i risultati raggiunti, oppure prevalgono logiche di appartenenza politica, equilibri di maggioranza, rapporti personali o, più semplicemente, la riconoscenza verso chi ha sostenuto questo o quel progetto politico?
È una domanda legittima, che meriterebbe risposte altrettanto limpide. Anche perché spesso agli incarichi corrispondono indennità e compensi che, sommati ad altri già percepiti, danno vita a quel fenomeno ormai ben noto dei plurincarichi e delle plurindennità. Tutto perfettamente legittimo, sia chiaro, ma proprio perché si tratta di risorse pubbliche diventa ancora più importante spiegare ai cittadini quali siano stati i criteri adottati. La trasparenza non dovrebbe essere un fastidio per chi governa, ma il primo strumento per rafforzare la fiducia nelle istituzioni.
Prendiamo il caso di una qualsivoglia Fondazione e ente, presidenze che hanno una funzione delicata, che richiede capacità organizzative, competenze gestionali, sensibilità culturale e una visione strategica per promuovere un territorio unico. È quindi naturale chiedersi se quella presidenza o incarico venga attribuita attraverso una valutazione delle competenze e dei progetti oppure se rappresenti, di fatto, una designazione di carattere politico. Un esempio per tutti i rappresentanti della Regione nella Sav. Nessuno mette in discussione la buona fede o le capacità di chi viene scelto. Ciò che il contribuente si aspetta è semplicemente una spiegazione convincente del perché quella persona sia stata preferita ad altre.
Del resto, se il criterio è il merito, non dovrebbe essere difficile dimostrarlo. Basterebbe rendere pubblici i curricula esaminati, le esperienze professionali considerate, gli obiettivi affidati e le motivazioni della scelta. Sarebbe un esercizio di trasparenza che toglierebbe spazio ai sospetti e rafforzerebbe la credibilità delle nomine. Se invece il criterio è prevalentemente politico, allora sarebbe altrettanto corretto dichiararlo senza imbarazzi. La politica ha il diritto di indicare persone di propria fiducia negli enti che contribuisce a governare, ma ha anche il dovere di assumersi pubblicamente la responsabilità di quelle decisioni.
Ciò che alimenta il malcontento non è tanto il singolo incarico, quanto la sensazione che esista una ristretta cerchia di persone destinate, nel corso degli anni, a passare con estrema naturalezza da una presidenza a un consiglio di amministrazione, da una fondazione a una società partecipata, da un organismo consultivo a un altro, accumulando incarichi, responsabilità e, spesso, anche compensi. Parallelamente rimangono ai margini professionisti qualificati, giovani preparati, amministratori locali con esperienza e cittadini che potrebbero offrire competenze nuove e punti di vista differenti. Non perché siano meno capaci, ma semplicemente perché sembrano non appartenere al circuito delle designazioni.
Una piccola autonomia come la nostra dovrebbe fare del ricambio una ricchezza e non una minaccia. Valorizzare nuove professionalità non significa rinnegare l'esperienza di chi ha già amministrato, ma riconoscere che il patrimonio umano della Valle d'Aosta è molto più ampio dei soliti nomi che ricorrono ciclicamente. Le istituzioni si rafforzano quando dimostrano di saper scegliere il meglio, non quando danno l'impressione di scegliere sempre gli stessi.
In fondo, il problema non è stabilire se una persona sia brava oppure no. Il problema nasce quando i cittadini iniziano a pensare che le decisioni siano già scritte prima ancora che vengano formalizzate. È in quel momento che cresce la distanza tra la politica e la comunità, tra chi decide e chi osserva, tra chi distribuisce gli incarichi e chi continua a chiedersi se davvero il merito rappresenti ancora il criterio principale.
Forse basterebbe poco per dissipare questi dubbi. Maggiore trasparenza, criteri espliciti, valutazioni motivate e una reale apertura verso nuove competenze. Perché la domanda che continua a circolare tra i valdostani non è animata dall'invidia o dalla polemica. È una domanda di buon senso, quella che ogni contribuente ha il diritto di rivolgere a chi amministra la cosa pubblica: perché, ogni volta, finiscono quasi sempre per essere scelti gli stessi?
Incarichi, plurincarichi, indennità e plurindennità
Il est des questions qui reviennent inlassablement chaque fois qu'une nouvelle nomination est annoncée. Ce ne sont ni des slogans de l'opposition ni des polémiques nées sur les réseaux sociaux. Ce sont des interrogations qui surgissent spontanément parmi les citoyens, ceux qui, par leurs impôts, financent les organismes publics, les fondations et les sociétés à participation publique. La question est toujours la même : pourquoi retrouve-t-on presque toujours les mêmes noms ? Est-il vraiment possible que, dans une région riche de compétences, de professionnalisme et de personnes qualifiées, les personnes jugées aptes à occuper des fonctions prestigieuses soient invariablement les mêmes ? Ou bien existe-t-il des critères qui échappent au commun des mortels ?
Naturellement, personne ne souhaite mettre en accusation les personnes qui sont nommées. Ce serait une erreur. Beaucoup de celles et ceux qui exercent des responsabilités disposent d'une solide expérience, de compétences reconnues et d'un parcours tout à fait respectable. Le véritable sujet n'est pas la valeur des individus, mais la manière dont ils sont choisis. Lorsque les mêmes noms réapparaissent avec une étonnante régularité à la tête d'organismes, de fondations, de conseils d'administration et d'établissements publics, le doute devient inévitable. S'agit-il réellement des meilleurs profils ou bien le critère déterminant est-il ailleurs ? Récompense-t-on le mérite, les compétences et les résultats obtenus, ou bien prévalent les appartenances politiques, les équilibres de majorité, les relations personnelles ou, plus simplement, une certaine reconnaissance envers ceux qui ont soutenu tel ou tel projet politique ?
Cette question est parfaitement légitime et mérite des réponses tout aussi claires. D'autant plus que ces fonctions s'accompagnent souvent d'indemnités qui, ajoutées à d'autres déjà perçues, alimentent le phénomène désormais bien connu du cumul des mandats et du cumul des indemnités. Tout cela est parfaitement légal, il convient de le rappeler. Mais précisément parce qu'il s'agit de ressources publiques, il devient indispensable d'expliquer aux citoyens quels critères ont conduit à ces choix. La transparence ne devrait jamais être perçue comme une contrainte par ceux qui gouvernent ; elle constitue au contraire le premier fondement de la confiance envers les institutions.
Prenons le cas d'une fondation ou d'un organisme public, quel qu'il soit. La présidence d'une telle structure est une responsabilité délicate, qui exige des capacités d'organisation, des compétences en gestion, une sensibilité culturelle et une véritable vision stratégique au service du territoire. Il est donc naturel de se demander si cette présidence, ou plus largement cette fonction, est attribuée sur la base des compétences et des projets présentés, ou si elle relève avant tout d'une désignation politique. Il suffit de penser, par exemple, aux représentants désignés par la Région au sein de la SAV. Personne ne remet en cause leur bonne foi ni leurs capacités. Ce que le contribuable attend, c'est simplement une explication convaincante sur les raisons qui ont conduit à privilégier une personne plutôt qu'une autre.
Si le mérite constitue réellement le critère de sélection, il ne devrait pas être difficile de le démontrer. Il suffirait de rendre publics les curriculum vitae examinés, les expériences professionnelles prises en considération, les objectifs assignés et les motivations qui ont conduit au choix final. Un tel exercice de transparence dissiperait bien des soupçons et renforcerait la crédibilité des nominations. Si, en revanche, le critère est essentiellement politique, il serait tout aussi honnête de l'assumer ouvertement. La politique a parfaitement le droit de désigner des personnes de confiance dans les organismes qu'elle contribue à administrer, mais elle a également le devoir d'assumer publiquement la responsabilité de ses choix.
Ce qui nourrit aujourd'hui le mécontentement n'est pas tant chaque nomination prise isolément que le sentiment qu'il existe un cercle restreint de personnes appelées, au fil des années, à passer avec une étonnante facilité d'une présidence à un conseil d'administration, d'une fondation à une société publique, d'un organisme consultatif à un autre, en cumulant fonctions, responsabilités et, bien souvent, indemnités. Pendant ce temps, de nombreux professionnels qualifiés, de jeunes diplômés, des administrateurs locaux expérimentés et des citoyens capables d'apporter des compétences nouvelles et des regards différents restent systématiquement à l'écart. Non pas parce qu'ils seraient moins compétents, mais parce qu'ils semblent ne jamais appartenir au cercle des désignations.
Une petite autonomie comme la nôtre devrait considérer le renouvellement comme une richesse et non comme une menace. Valoriser de nouvelles compétences ne signifie pas renier l'expérience de celles et ceux qui ont déjà exercé des responsabilités. Cela signifie simplement reconnaître que le capital humain de la Vallée d'Aoste est bien plus vaste que la liste des noms qui reviennent inlassablement au fil des années. Les institutions se renforcent lorsqu'elles démontrent leur capacité à choisir les meilleurs, et non lorsqu'elles donnent l'impression de désigner éternellement les mêmes personnes.
Au fond, le problème n'est pas de déterminer si une personne est compétente ou non. Le problème apparaît lorsque les citoyens finissent par penser que les décisions sont prises bien avant d'être officiellement annoncées. C'est à ce moment-là que se creuse la distance entre la politique et la communauté, entre ceux qui décident et ceux qui observent, entre ceux qui distribuent les responsabilités et ceux qui continuent de se demander si le mérite demeure réellement le principal critère de sélection.
Il suffirait peut-être de peu pour dissiper ces doutes : davantage de transparence, des critères clairement affichés, des évaluations motivées et une véritable ouverture à de nouvelles compétences. Car la question que continuent de se poser de nombreux Valdôtains n'est ni dictée par l'envie ni par la polémique. C'est une simple question de bon sens, celle que tout contribuable est en droit d'adresser à ceux qui administrent la chose publique : pourquoi, à chaque fois, retrouve-t-on presque toujours les mêmes personnes ?





