CULTURA - 14 giugno 2026, 12:00

La cappella dimenticata che interroga la politica della cultura

L'appello dello storico Joseph Rivolin riporta l'attenzione sull'antica cappella di San Vincenzo di Malherbe, nel cuore di Aosta. Un edificio medievale ricco di testimonianze storiche e artistiche, oggi abbandonato e nuovamente in vendita. Tra incuria, responsabilità istituzionali e tutela del patrimonio, si riapre il dibattito sul ruolo della Regione e della Soprintendenza

L'antica cappella di San Vincenzo di Malherbe Ad Aosta, alle spalle della Chiesa di Santa Croce

L'antica cappella di San Vincenzo di Malherbe Ad Aosta, alle spalle della Chiesa di Santa Croce

C'è un momento in cui il degrado smette di essere soltanto il segno del tempo che passa e diventa il simbolo di una scelta. O, forse, di una mancata scelta. Succede quando un monumento continua a deteriorarsi sotto gli occhi di tutti, mentre istituzioni, politica e amministrazione sembrano limitarsi a osservare. È il caso dell'antica cappella di San Vincenzo di Malherbe, lungo l'omonima via di Aosta, riportata al centro dell'attenzione grazie all'approfondito intervento dello storico Joseph Rivolin pubblicato sul Corriere della Valle.

Quello che oggi molti scambiano per un vecchio edificio fatiscente è in realtà uno dei luoghi di culto più antichi della città. Le prime testimonianze documentarie risalgono addirittura al 1198, quando un documento cita il vicus Sancti Vincentii. Nei secoli la cappella ha accompagnato la storia della città, dell'antico ospedale Marché-Vaudan e della Confraternita della Misericordia, che vi celebrava le proprie funzioni religiose prima della costruzione della chiesa della Santa Croce, completata nel 1701.

Dismessa alla fine del Settecento e trasformata in abitazione privata, la cappella ha conservato, nonostante le modifiche, gran parte della propria struttura originaria. Tanto che, negli anni Novanta, i saggi di pulitura eseguiti dalla Soprintendenza regionale fecero emergere preziose pitture murali del XVII secolo, iscrizioni riferite ai Penitenti Neri, un crocifisso, un nodo sabaudo e persino un raro trigramma IHS di san Bernardino da Siena, testimonianza della lotta al calvinismo nella Valle d'Aosta del Cinquecento.

Scoperte che, anziché rappresentare l'inizio di un grande progetto di ricerca e valorizzazione, sono rimaste sostanzialmente sospese nel tempo.

Ed è proprio il tempo il grande protagonista di questa vicenda.

Il tempo che continua a consumare affreschi, intonaci e iscrizioni. Il tempo che rischia di cancellare informazioni preziose per la ricostruzione della storia medievale e moderna della città. Ma anche il tempo della politica, che troppo spesso sembra incompatibile con quello della tutela del patrimonio culturale.

Nel 1993 la Regione acquistò l'edificio. Nel 1997 fu definitivamente abbandonato. Nel 2005 venne persino predisposta la documentazione per una possibile alienazione, nella quale la stessa Soprintendenza certificava formalmente il rilevante interesse culturale dell'immobile e il suo potenziale interesse archeologico, sottolineando che qualsiasi intervento sarebbe stato soggetto ai vincoli del Codice dei beni culturali.

Eppure, dopo anni di immobilismo, la Regione ha scelto la strada della vendita. L'immobile è stato aggiudicato nel 2022 a un privato con l'idea di trasformarlo in struttura ricettiva. Oggi, però, quell'investimento sembra già tramontato: la cappella è nuovamente sul mercato immobiliare.

Una parabola che lascia inevitabilmente aperti alcuni interrogativi.

Se un bene viene riconosciuto dalla stessa amministrazione come di elevato interesse storico, artistico e archeologico, la sua valorizzazione può essere affidata esclusivamente all'iniziativa privata? E soprattutto: è sufficiente imporre vincoli di tutela senza accompagnarli con un concreto progetto pubblico di recupero?

L'articolo di Rivolin richiama anche la petizione promossa da cittadini sensibili alla storia della "vecchia Aosta", che chiedono alla Soprintendenza e all'Assessorato regionale alla Cultura di utilizzare tutti gli strumenti previsti dalla legge affinché dipinti, iscrizioni e reperti vengano restaurati, studiati e resi accessibili agli studiosi e al turismo culturale.

Una richiesta che va ben oltre il destino di un singolo edificio.

La questione riguarda infatti il significato stesso della politica culturale. Conservare un monumento non significa soltanto impedirne il crollo. Significa comprenderlo, studiarlo, raccontarlo e renderlo parte della memoria collettiva. Un patrimonio nascosto dietro impalcature o chiuso dentro una proprietà privata continua a esistere, ma smette di appartenere alla comunità.

La Valle d'Aosta ama presentarsi come una terra ricca di storia, castelli, siti romani e monumenti medievali. È un'immagine fondata e meritata. Ma proprio per questo ogni edificio dimenticato rappresenta una contraddizione che pesa ancora di più.

La cappella di San Vincenzo di Malherbe non è soltanto un vecchio edificio da restaurare. È una domanda rivolta alle istituzioni: quale posto occupa davvero la tutela del patrimonio storico nelle priorità della politica?

Perché il rischio più grande non è soltanto perdere qualche affresco o un'antica iscrizione. È perdere, lentamente e nell'indifferenza, un altro frammento dell'identità di Aosta e della Valle d'Aosta.

pi.mi.

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