Sia chiaro: non parlo della Repubblica sognata dai padri costituenti, quella fatta di rigore morale, senso dello Stato e responsabilità. No. Parlo della Repubblica reale, quella che viviamo ogni giorno: consigli regionali che sembrano assemblee condominiali litigiose, scandali che spuntano come funghi, presidenti di giunta che non riescono a farsi rispettare nemmeno da società partecipate che dovrebbero rispondere proprio alla Regione.
E allora sì, qualcuno lo dice sottovoce al bar, tra un caffè e una briscola:
“Almeno il re era uno solo a rubare… qui ce ne sono a centinaia.”
Una frase amara, certo, ma che fotografa un sentimento diffuso.
Com’era vissuta la monarchia? Nel bene e nel male aveva una caratteristica che oggi sembra fantascienza: la responsabilità era personale.
Un re governava bene o governava male, ma era lui. Non c’erano mille livelli di scaricabarile, non c’erano commissioni, sottocommissioni, comitati tecnici, conferenze dei capigruppo, rimpalli tra assessorati. C’era un volto, un nome, una figura che incarnava lo Stato.
Non è un mistero che in molte nazioni europee – Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Norvegia – la monarchia sia ancora oggi amata, rispettata, percepita come un punto fermo. Non perché i re siano perfetti, ma perché rappresentano continuità, stabilità, identità.
In Italia parlare di monarchia è anacronistico, certo. Ma non è anacronistico chiedersi perché in altri Paesi i cittadini difendano la loro corona, mentre da noi la fiducia nelle istituzioni precipita come un sasso.
Se la monarchia aveva un problema – l’eccesso di continuità – la politica valdostana sembra avere il problema opposto: l’assenza totale di continuità.
In Valle d’Aosta i cambi di casacca sono diventati quasi una disciplina sportiva. Ogni legislatura è un carosello: chi era autonomista diventa civico, chi era civico diventa progressista, chi era progressista diventa moderato, chi era moderato diventa “né di destra né di sinistra”, e chi non sa più cosa diventare si inventa un nuovo movimento con un nome che sembra uscito da un generatore automatico.
Il risultato? I cittadini non sanno più chi rappresenta cosa. E soprattutto: non sanno più chi rappresenta chi.
Nel frattempo, mentre i partiti si sciolgono e si ricompongono come neve al sole, la realtà resta lì:
– scandali su ospedali
– scandali su aeroporti
– scandali sul Casinò
– società partecipate che fanno quello che vogliono
– presidenti di giunta che non riescono a farsi rispettare nemmeno dai loro stessi nominati
E allora sì, qualcuno potrebbe anche rimpiangere la regina Margherita. Non perché fosse perfetta, ma perché almeno non cambiava casacca ogni cinque anni.
Il punto vero: non monarchia o repubblica, ma credibilità
La domanda “meglio la monarchia o la repubblica?” è provocatoria, certo. Ma sotto c’è un tema serio: la credibilità delle istituzioni.
Quando la politica perde autorevolezza, quando i cittadini non si sentono rappresentati, quando i partiti sembrano comitati elettorali temporanei, quando i consiglieri regionali cambiano schieramento con la stessa facilità con cui si cambia operatore telefonico… allora è normale che qualcuno guardi al passato con nostalgia.
Non perché il passato fosse migliore. Ma perché il presente non convince.
In conclusione, non serve tornare alla monarchia. Serve tornare alla serietà, alla responsabilità, alla coerenza.
Perché un re può anche essere anacronistico. Ma una politica che cambia pelle ogni cinque anni, che non risponde ai cittadini, che non riesce a governare nemmeno le proprie partecipate… quella sì che rischia di diventare anacronistica.





