Il Rapporto PIT Salute 2026 di Cittadinanzattiva è uno di quei pezzi di “ricerca civica” che pesano, perché non parlano di percezioni ma di numeri raccolti sul campo, dentro i problemi reali delle persone.
E il dato principale è già una doccia fredda: 14.176 segnalazioni nel 2025. Non opinioni, ma richieste di aiuto, denunce, disservizi intercettati dai punti di tutela. Una massa critica che racconta una sanità pubblica sotto pressione.
Quasi la metà delle segnalazioni (48,2%) riguarda l’accesso ai servizi sanitari. Dentro questo blocco, il cuore del problema è sempre lo stesso:
- 62,2%: tempi di attesa troppo lunghi per visite ed esami
- 37,2%: agende chiuse o impossibilità di prenotare
In pratica, Piero, non è solo che si aspetta troppo: spesso non si riesce proprio ad entrare nel sistema.
TAC, risonanze ed ecografie restano le prestazioni più critiche. E qui il dato diventa quasi paradossale: oltre la metà degli utenti aspetta più del tempo previsto dal codice di priorità. Tradotto: la “urgenza” sulla carta non regge nella realtà.
Il report è impietoso su un punto: la prevenzione non è più preventiva.
- mammografie fino a 480 giorni di attesa
- colonscopie anche oltre 400 giorni
- RM encefalo fino a 540 giorni
E qui la riflessione è semplice: se la prevenzione arriva dopo un anno e mezzo, non è più prevenzione.
Un altro blocco pesante (19,7%) riguarda l’assistenza territoriale:
- medici di base e pediatri in difficoltà di reperibilità
- salute mentale con accesso insufficiente ai percorsi pubblici
- RSA e assistenza domiciliare frammentata
Il punto politico e sociale è chiaro: si parla tanto di “casa come primo luogo di cura”, ma nei fatti l’ADI resta spesso una somma di prestazioni isolate, senza continuità reale.
Qui il dato è quasi esplosivo: si passa dallo 0,9% al 7% delle segnalazioni.
Il motivo? Nuove tariffe e nuove regole che hanno prodotto effetti collaterali concreti:
- meno forniture tramite SSN
- più difficoltà autorizzative
- standardizzazione degli ausili a scapito della personalizzazione
Risultato: non sempre il paziente riceve ciò che serve davvero, ma ciò che è “compatibile” con il sistema.
E qui sta il punto che secondo me vale più di tutti i numeri messi insieme.
Questo tipo di ricerca non è solo statistica sanitaria: è un indicatore politico e sociale. Perché mette in evidenza:
- dove il diritto alla salute si inceppa
- dove la riforma resta sulla carta
- dove il cittadino si trasforma in segnalazione ambulante
E senza questo tipo di lavoro, molte di queste criticità resterebbero invisibili, o peggio normalizzate.
È proprio il senso della rete civica, che coinvolge anche realtà territoriali come Cittadinanzattiva Valle d'Aosta: portare dentro il sistema sanitario la voce di chi lo usa davvero, non solo di chi lo programma.
Il paradosso finale è tutto qui: il sistema sanitario chiede ai cittadini di essere tempestivi, aderenti, responsabili. Ma poi non riesce a garantire tempestività nei servizi.
E quando la visita oncologica slitta di mesi, o una visita di controllo diventa un’attesa di quasi due anni, non siamo più nel campo dell’efficienza: siamo nel campo della tenuta del diritto.





