FEDE E RELIGIONI - 11 giugno 2026, 08:00

Papa Leone XIV: Non temete con Maria. E’ lei che regge “la sfera” del mondo

La preghiera del Rosario all'abbazia di Montserrat

Papa Leone XIV: Non temete con Maria. E’ lei che regge “la sfera” del mondo

la scena sembra quasi uscita da una pagina già scritta da secoli: l’abbazia di Montserrat, sospesa tra cielo e roccia, dove il silenzio non è mai vuoto ma pieno di parole sussurrate — Pater Noster, Ave Maria, salmi che si intrecciano come un respiro antico.

È in questo luogo, simbolo assoluto della spiritualità catalana, che papa Leone XIV arriva dopo la visita al centro penitenziario Brians 1, nel comune di Sant Esteve Sesrovires. Un passaggio che non è solo protocollare: sembra quasi un gesto di continuità, come se il dolore incontrato tra le mura del carcere venisse portato direttamente davanti alla Vergine di Montserrat, la “Moreneta”, per essere affidato, condiviso, trasformato.

Le campane accolgono il pontefice con un suono pieno, quasi festoso. La folla risponde con una partecipazione intensa, tipica dei grandi momenti collettivi di fede. L’ingresso è sobrio e solenne allo stesso tempo: il bacio della croce, l’aspersione dell’acqua benedetta, poi il raccoglimento nella cappella del Santissimo Sacramento, luogo che sembra fatto apposta per trattenere il respiro del mondo.

Ad accoglierlo, il vescovo della diocesi di Sant Feliu de Llobregat, mons. Xabier Gómez García, insieme all’abate Manel Gasch i Hurios, che consegna parole che suonano come una dichiarazione di identità spirituale del santuario: Montserrat come natura, musica, liturgia, e soprattutto come casa della Vergine, “stella d’Oriente” per la fede del popolo catalano.

Poi arriva il momento centrale: il Santo Rosario davanti alla statua della Vergine. Le “Ave Maria” in catalano scandiscono il tempo con una dolcezza quasi ipnotica: “Déu vos salve, Maria…”. Le litanie in latino si intrecciano al canto dell’assemblea, mentre i Misteri gloriosi diventano una sorta di mappa interiore condivisa tra pontefice e fedeli.

Le rocce di Montserrat, così irregolari e potenti, fanno da scenografia naturale e quasi teologica. Sembrano mani rivolte verso il cielo, come a suggerire che tutta la montagna è già preghiera. Ed è proprio da qui che il papa prende ispirazione per il suo discorso: le mura del santuario come archivio vivo di devozione, speranza e anche sofferenza. Il riferimento a sant’Ignazio di Loyola e alla tradizione mariana catalizza il senso del luogo come punto di svolta spirituale.

Il messaggio si fa poi più diretto, quasi esigente: la fede come scelta concreta di misericordia, riconciliazione, verità e mitezza. E soprattutto come rifiuto di tutto ciò che disgrega — la parola che umilia, la condanna che distrugge, l’aggressività che divide. In controluce, una lettura molto attuale del conflitto sociale e umano, che va oltre la dimensione strettamente religiosa.

La Vergine di Montserrat viene descritta come madre che tiene il mondo nella mano, segno di una cura che non esclude nessuno. Il passaggio è chiaro: nessuna fede ha senso se non diventa inclusione, comunione, superamento delle divisioni.

L’applauso finale è lungo, pieno, quasi liberatorio. Poi il “Salve Regina”, seguito dal “Virolai”, che trasforma la cappella in un’onda sonora che sembra davvero uscire dalle mura del monastero.

Il momento più intimo resta quello finale: il pontefice davanti all’immagine della Vergine, in silenzio. Mani giunte, sguardo fisso. È un gesto che vale più di molte parole.

E poi il saluto dal balcone, alla folla in piazza: parole semplici, quasi colloquiali, che insistono sull’idea di una comunità unica, capace di accogliere, integrare, riconoscere la fede come forza di speranza. Un linguaggio meno istituzionale e più diretto, che cerca contatto immediato con chi ascolta.

Alla fine resta questa immagine: Montserrat come punto in cui il mondo, almeno per un momento, sembra fermarsi. Non per fuggire dalla realtà, ma per rileggerla attraverso la lente della preghiera.

E qui, Piero, viene anche una riflessione inevitabile: eventi come questo mostrano quanto il linguaggio simbolico della fede abbia ancora una potenza comunicativa enorme, soprattutto in Europa, dove spesso si tende a considerarlo marginale. Montserrat dimostra il contrario: quando si uniscono luogo, storia e gesto, la religione torna a essere non solo rito, ma narrazione collettiva.

Se c’è un rischio, semmai, è che tutto questo resti confinato nella suggestione del momento. Ma se anche solo una parte di quella “forza disarmata dell’amore” evocata nel discorso riuscisse a tradursi in pratica quotidiana, allora il pellegrinaggio non sarebbe stato solo un evento, ma un segno.

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