La domanda arriva da un lettore che, con tono semplice ma diretto, mette il dito in una delle questioni più tipiche — e più irrisolte — della Valle d’Aosta: il bilinguismo nei servizi pubblici.
“Com’è possibile — chiede — che in una regione autonoma e ufficialmente bilingue, tanto che per tutti i dipendenti pubblici è prevista l'indennità di bilinguismo, sia ancora così difficile ottenere risposte coerenti in francese negli uffici pubblici? E perché, di fatto, il cittadino si deve spesso adattare alla lingua dell’operatore di turno?”
Dietro questa osservazione non c’è solo una lamentela linguistica, ma una questione più ampia di funzionamento della macchina pubblica. Il principio è chiaro: italiano e francese hanno pari dignità. Lo Statuto speciale lo garantisce, le norme regionali lo ribadiscono, e anche la formazione del personale dovrebbe andare in quella direzione. Eppure, nella pratica quotidiana, la percezione è spesso diversa.
Chi frequenta sportelli pubblici, uffici comunali o regionali, sa bene che la situazione è a macchia di leopardo. Ci sono realtà dove il passaggio da una lingua all’altra è naturale, quasi automatico. E altre dove il francese diventa un ostacolo, una forzatura o, nei casi peggiori, una lingua “di cortesia” più che di lavoro.
Il punto politico non è banale. Perché se il bilinguismo resta confinato alla teoria o alle cerimonie istituzionali, rischia di perdere la sua funzione sostanziale: essere uno strumento reale di cittadinanza, non un simbolo identitario svuotato.
La domanda, allora, è tutta rivolta a chi amministra: è solo un problema di formazione del personale? Di carenza di incentivi? O manca una vera strategia che pretenda — senza eccezioni — l’uso attivo delle due lingue nei servizi pubblici?





