C'è una frase che riassume meglio di qualsiasi comunicato stampa quanto sta accadendo attorno alla chiusura del raccordo autostradale tra l'A5 e la Statale 27 del Gran San Bernardo: la politica dorme, Sav decide.
Dopo anni di silenzi, rinvii, tavoli tecnici, studi, commissioni e rassicurazioni, la Società Autostrade Valdostane ha annunciato che dall'11 giugno partiranno i lavori di adeguamento delle gallerie di Cote de Sorreley e Signayes. Quaranta milioni di euro di interventi, 370 giorni di chiusura totale del raccordo e un territorio che dovrà prepararsi ad affrontare oltre un anno di pesanti disagi. La sicurezza non si discute. Nessuna persona ragionevole può contestare la necessità di adeguare due gallerie alle prescrizioni europee e nazionali. La tutela della vita umana viene prima di tutto. Il problema, però, non è la sicurezza. Il problema è la politica.
Perché oggi si cerca di presentare la chiusura come una scelta inevitabile, improvvisa, imposta dalle circostanze. Ma non è così.
Da almeno cinque anni tutti sapevano che questi lavori sarebbero arrivati. Da almeno cinque anni una corsia del raccordo in salita era stata soppressa proprio in previsione degli interventi futuri. Da almeno cinque anni automobilisti e autotrasportatori sopportano code interminabili provocate dai camion diretti verso la Valle del Gran San Bernardo. Da almeno cinque anni era chiaro che il nodo sarebbe prima o poi arrivato al pettine.
Eppure nessuno ha preparato il territorio. Nessuno ha costruito una vera strategia alternativa. Nessuno ha aperto un confronto pubblico serio con i sindaci, le imprese, gli operatori turistici e le comunità interessate.
La politica regionale era occupata altrove.
Tra elezioni, campagne elettorali permanenti, ricorsi, inchieste giudiziarie, guerre interne ai partiti e giochi di potere, il problema delle gallerie è rimasto sullo sfondo. Come spesso accade in Valle d'Aosta, si è preferito rimandare fino all'ultimo minuto, sperando che qualcuno trovasse una soluzione miracolosa.
Quel qualcuno oggi è Sav.
E Sav ha fatto quello che una società concessionaria è chiamata a fare: ha valutato il problema, ha individuato una soluzione e ha deciso. La stessa Assemblea dei soci convocata d'urgenza racconta plasticamente la situazione. Il Presidente della Regione ha chiesto una rivalutazione delle modalità di esecuzione dei lavori, evidenziando i possibili danni per il territorio, il turismo, il commercio e i pendolari. Una richiesta legittima. Ma tardiva. Perché quando una gara è assegnata, quando i cronoprogrammi sono definiti, quando i vincoli normativi sono ormai alle porte, il margine di manovra politica si riduce quasi a zero.
E infatti Sav ha risposto con un cortese ma fermo no. Fine della discussione.
C'è poi un altro aspetto che merita di essere approfondito. In tutta Europa esistono esempi di interventi analoghi eseguiti mantenendo almeno parzialmente aperte le gallerie al traffico. Dal Sud Italia fino ai grandi assi alpini svizzeri, lavori complessi di adeguamento e messa in sicurezza sono stati realizzati attraverso cantierizzazioni progressive, sensi unici alternati, finestre notturne e soluzioni tecnologiche avanzate.
Questo non significa che tali soluzioni fossero necessariamente applicabili anche alle gallerie di Sorreley e Signayes. Ma significa che la domanda andava posta anni fa, non dieci giorni prima dell'apertura del cantiere.
Significa che la ricerca di alternative avrebbe dovuto accompagnare la progettazione fin dall'inizio.
Significa che la politica avrebbe dovuto svolgere il proprio ruolo di indirizzo e controllo molto prima che la situazione diventasse irreversibile.
Oggi invece assistiamo all'ennesimo copione valdostano. La politica arriva quando tutto è già deciso. Si riuniscono tavoli, si convocano assemblee straordinarie, si rilasciano dichiarazioni preoccupate, ma il treno è già partito. O, per restare in tema, il traffico è già stato deviato.
A pagare il prezzo di questa distrazione saranno soprattutto le comunità della Valle del Gran San Bernardo. Pendolari, imprese, attività commerciali, operatori turistici e cittadini dovranno convivere per oltre un anno con inevitabili rallentamenti, maggior traffico sulla viabilità ordinaria e conseguenze economiche che oggi nessuno è ancora in grado di quantificare.
La sicurezza è sacrosanta. L'improvvisazione politica molto meno. Per questo la vera domanda che i valdostani dovrebbero porsi non è perché Sav abbia deciso di chiudere il raccordo.
La domanda è un'altra.
Dove era la politica negli ultimi cinque anni mentre questa decisione si stava lentamente costruendo? La risposta, purtroppo, sembra evidente.
Dormiva.
Politica dorme, Sav decide
Il existe une phrase qui résume mieux que n’importe quel communiqué ce qui se passe autour de la fermeture du raccordement autoroutier entre l’A5 et la route nationale 27 du Grand-Saint-Bernard : la politique dort, la SAV décide. Après des années de silences, de reports, de tables techniques, d’études et de déclarations rassurantes, la Société des Autoroutes Valdôtaines a annoncé que les travaux d’adaptation des tunnels de Cote de Sorreley et de Signayes débuteront le 11 juin, avec à la clé un chantier de quarante millions d’euros, 370 jours de fermeture totale du raccordement et un territoire qui devra affronter plus d’une année de fortes perturbations.
La sécurité ne se discute pas, et aucun citoyen raisonnable ne peut contester la nécessité de mettre ces ouvrages en conformité avec les prescriptions européennes et nationales. La protection de la vie humaine prime sur tout. Le problème n’est donc pas la sécurité, mais la politique, ou plutôt son absence, car aujourd’hui on tente de présenter cette fermeture comme une décision inévitable et soudaine alors qu’elle était connue depuis des années. Depuis au moins cinq ans, chacun savait que ces travaux arriveraient, qu’une voie avait déjà été supprimée en montée dans la perspective des interventions futures, et que les files interminables de poids lourds en direction du Grand-Saint-Bernard annonçaient un point de rupture évident. Pourtant, rien n’a été préparé, aucune stratégie alternative n’a été construite, aucun véritable débat public n’a été engagé avec les communes, les entreprises et les acteurs économiques du territoire.
Pendant ce temps, la politique régionale s’occupait d’autre chose, entre échéances électorales permanentes, recours, enquêtes judiciaires et jeux d’équilibre internes, laissant le problème s’accumuler jusqu’à devenir ingérable. Et aujourd’hui, c’est la SAV qui agit, comme il est logique pour une société concessionnaire : elle analyse, décide et met en œuvre, là où l’action publique aurait dû anticiper depuis longtemps. Même la réunion extraordinaire des actionnaires illustre cette situation, avec un Président de Région demandant encore une réévaluation des modalités d’exécution des travaux pour limiter les impacts sur le tourisme, les entreprises, les déplacements quotidiens et l’environnement, une demande légitime mais tardive, formulée lorsque les marges de manœuvre sont désormais extrêmement réduites.
Il existe pourtant en Europe de nombreux exemples d’interventions similaires réalisées sans fermeture totale, de la Calabre jusqu’aux tunnels alpins suisses, avec des chantiers progressifs, des alternances de circulation ou des solutions techniques avancées. Cela ne signifie pas que ces modèles étaient transposables tels quels au cas présent, mais cela signifie surtout que ces questions auraient dû être posées et étudiées bien en amont, et non à la veille du lancement des travaux. Aujourd’hui, les décisions sont prises, le calendrier est fixé et les conséquences sont connues, et la politique se contente d’accompagner un processus qu’elle n’a pas su anticiper.
Les véritables conséquences, elles, pèseront sur les habitants de la vallée du Grand-Saint-Bernard, sur les travailleurs pendulaires, les entreprises, le tourisme et la mobilité quotidienne, avec des impacts économiques et sociaux qui s’annoncent lourds. La sécurité est assurée, mais l’impréparation politique laisse un goût amer, celui d’un territoire qui subit plus qu’il ne décide. Et au fond, la question n’est plus de savoir pourquoi la SAV a pris cette décision, mais pourquoi la politique n’a rien vu venir, ou n’a rien voulu voir venir. La réponse, malheureusement, semble évidente : elle dormait.





