Il gas radon, elemento radioattivo naturale legato al sottosuolo e alle caratteristiche geologiche del territorio alpino, torna al centro dell’attenzione in Valle d’Aosta in vista del 2026, anno che segna un passaggio cruciale per imprese, enti e gestori di luoghi di lavoro.
In una regione come la Valle d’Aosta, dove la conformazione rocciosa e granitica del territorio favorisce la possibile risalita del gas negli edifici, il tema non è teorico ma strettamente operativo. Il radon, classificato come Radon, è infatti invisibile, inodore e potenzialmente pericoloso, con un impatto sanitario che le autorità scientifiche non sottovalutano.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il radon è considerato la seconda causa di tumore polmonare dopo il fumo di sigaretta. Il Piano Nazionale d’Azione per il Radon 2023-2032 stima che una quota significativa dei casi di tumore polmonare possa essere correlata all’esposizione prolungata a concentrazioni elevate del gas negli ambienti chiusi.
Il quadro normativo è già definito dal D.Lgs. 101/2020 e dal Piano Nazionale d’Azione per il Radon 2023-2032, adottato con DPCM dell’11 gennaio 2024. Il riferimento tecnico è chiaro: 300 Becquerel per metro cubo come soglia media annua negli ambienti di lavoro. Sopra questo livello scattano obblighi di intervento, monitoraggio e bonifica.
Per la Valle d’Aosta il tema è particolarmente sensibile, anche alla luce dell’individuazione delle aree prioritarie a rischio radon da parte della Regione, che coinvolgono diversi comuni dove la probabilità di superamento dei livelli di riferimento è più elevata rispetto alla media nazionale.
Il 2026 diventa quindi un anno di verifica concreta per le imprese, soprattutto quelle che operano in locali seminterrati, sotterranei o piani terra: uffici, attività commerciali, strutture ricettive e pubbliche amministrazioni.
«Il radon è un rischio invisibile ma concreto. Prevenzione, monitoraggio e conoscenza sono gli strumenti fondamentali per tutelare lavoratori e imprese», sottolinea Fulvio Basili, Founder e Presidente del CdA di Gruppo Ecosafety.
L’approccio operativo indicato dagli operatori del settore prevede misurazioni mediante rivelatori passivi, generalmente basati su tracce nucleari CR-39, con campagne di monitoraggio che coprono l’arco di circa un anno. I dati vengono poi analizzati da esperti in radioprotezione e raccolti in una relazione tecnica che certifica i livelli di esposizione.
In caso di superamento dei valori soglia, scattano le misure correttive: ventilazione, interventi strutturali o modifiche gestionali degli ambienti, seguite da ulteriori verifiche per valutare l’efficacia delle azioni intraprese.
La sfida per il territorio valdostano è quindi duplice: da un lato garantire il rispetto della normativa, dall’altro aumentare la consapevolezza di un rischio che, proprio perché non percepibile, tende spesso a essere sottovalutato.
Il 2026, in questo senso, non sarà solo un anno di adempimenti burocratici, ma un passaggio decisivo nella cultura della prevenzione, soprattutto per un territorio alpino dove la relazione tra ambiente, costruito e sottosuolo è particolarmente stretta.





