CRONACA - 28 maggio 2026, 10:59

Casinò di Saint-Vincent sotto amministrazione giudiziaria: torna l’incubo riciclaggio

La casa da gioco di Saint-Vincent finisce sotto amministrazione giudiziaria per la prima volta in Italia. La Guardia di Finanza parla di un sistema permeabile a riciclaggio e corruzione: “Segnali ignorati e controlli insufficienti”

Casinò di Saint-Vincent sotto amministrazione giudiziaria: torna l’incubo riciclaggio

Certe notizie fanno male alla Valle d’Aosta non soltanto sul piano giudiziario, ma soprattutto su quello etico e morale. Perché quando il Casinò di Saint-Vincent torna al centro di un’inchiesta per presunti fenomeni di riciclaggio e corruzione, non si incrina soltanto l’immagine di una società partecipata pubblica: vacilla anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nei controlli e nella capacità della politica di vigilare davvero sui luoghi simbolo dell’economia valdostana.

E oggi l’allarme è forte. Fortissimo.

La Guardia di Finanza di Aosta ha infatti eseguito un decreto emesso dal Tribunale di Torino – Sezione Misure di Prevenzione – che dispone l’amministrazione giudiziaria della Casa da gioco di Saint-Vincent ai sensi dell’articolo 34 del Codice Antimafia. Si tratta di una decisione senza precedenti: è la prima volta che questo strumento viene applicato a una casa da gioco.

Un fatto gravissimo, che fotografa uno scenario inquietante delineato dagli inquirenti. Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Procura di Torino guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri e sviluppate dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Aosta, il Casinò sarebbe stato utilizzato come contesto favorevole al riciclaggio di denaro illecito e allo scambio di utilità legate ad accordi di natura criminale.

L’inchiesta rappresenta la prosecuzione delle attività investigative già emerse nei mesi scorsi, quando erano stati sequestrati circa cinque milioni di euro tra contanti, conti correnti, disponibilità finanziarie e immobili. Oltre trenta le persone indagate, a vario titolo, per associazione a delinquere, emissione e utilizzo di fatture false, riciclaggio, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico servizio.

Ma il passaggio che più colpisce del provvedimento non riguarda soltanto i reati contestati. A preoccupare è soprattutto il quadro di “inerzia” e di “atteggiamento passivo e agevolatorio” contestato alla governance della casa da gioco. Gli investigatori parlano apertamente di “lacune organizzative”, di controlli mancati e di segnali d’allarme che sarebbero stati ignorati.

Secondo gli inquirenti, i vertici del Casinò – pur non essendo direttamente coinvolti nelle contestazioni penali – avrebbero sottovalutato o trascurato anomalie evidenti, omettendo verifiche, controlli e segnalazioni previste dalla normativa antiriciclaggio. Una situazione che avrebbe consentito il progressivo radicarsi di fenomeni illeciti all’interno della struttura.

È qui che emerge il nodo più inquietante: la cosiddetta “colpa di organizzazione”. In sostanza, il Casinò avrebbe avuto procedure e modelli di prevenzione soltanto sulla carta, senza applicarli concretamente. Un sistema formalmente corretto, ma incapace di impedire derive pericolose.

Il Tribunale di Torino parla di “situazioni tossiche” che avrebbero creato un ambiente permeabile ad attività illegali. Parole pesanti come macigni per una realtà che per decenni ha rappresentato un simbolo economico, turistico e identitario della Valle d’Aosta.

Per questo motivo sono stati nominati due amministratori giudiziari che per almeno un anno avranno il compito di “bonificare” la struttura, esercitando poteri specifici di amministrazione e controllo per eliminare le criticità rilevate.

Naturalmente vale il principio costituzionale della presunzione di innocenza e le persone coinvolte restano da considerarsi non colpevoli fino a eventuale condanna definitiva. Ma al di là delle responsabilità penali individuali, resta una domanda politica e morale che inevitabilmente scuote la Valle d’Aosta: com’è possibile che una struttura pubblica così delicata sia diventata, secondo gli investigatori, terreno fertile per riciclaggio e corruzione senza che nessuno intervenisse davvero?

Il rischio, ora, non è soltanto economico o reputazionale. Il vero pericolo è l’assuefazione. È l’idea che certe opacità siano inevitabili. È il lento inquinamento etico che trasforma il silenzio in normalità e l’inerzia in sistema.

Ed è proprio questo il punto più preoccupante.

pi.mi.

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