Per secoli la società ha funzionato secondo un principio semplice: si produceva, si vendeva, si viveva. Che si trattasse di piatti, scarpe, vestiti o macchine utensili, l'economia era un patto implicito tra chi fabbricava e chi acquistava. Socialismo e capitalismo, pur nelle loro differenze, condividevano un'idea di fondo: la produzione serviva alla comunità e il commercio permetteva a tutti di accedere ai beni necessari.
Poi qualcosa si è incrinato. Non in un giorno preciso, ma lentamente, quasi senza accorgercene. Sono emersi nuovi attori, molto diversi dall'artigiano, dal medico di condotta, dal ricercatore che dedicava la vita a curare e migliorare la società. È comparsa una figura che oggi domina interi settori: il professionista del profitto, per cui ogni ambito — anche il più delicato — diventa un mercato.
Due mondi, in particolare, raccontano questa trasformazione.
Oggi assistiamo a un paradosso inquietante: conflitti che si moltiplicano, tensioni che si alimentano, governi che parlano di pace mentre firmano contratti miliardari con aziende belliche. Non è un mistero che l'industria delle armi sia tra le più redditizie al mondo, né che la politica abbia chiuso un occhio — o entrambi — davanti a interessi economici enormi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la guerra non è più l'ultima ratio, ma un mercato. E quando la morte diventa un prodotto, l'umanità perde qualcosa di sé.
Sul piano della salute assistiamo, sempre più spesso, a scontri accesi — sui social come nel dibattito pubblico — tra chi si oppone ai vaccini e chi li sostiene. Non si tratta più di un confronto medico: è diventata una battaglia ideologica, in cui ciascuno porta le proprie tesi, spesso fondate più su convinzioni personali che su dati scientifici.
Un tempo la medicina era un servizio pubblico, un presidio di civiltà. La storia ci offre esempi luminosi di medici che hanno scelto la cura, non il profitto.
Albert Sabin, lo scienziato che sviluppò il vaccino orale contro la poliomielite, rifiutò di brevettarlo. Avrebbe potuto diventare miliardario, ma disse una frase che oggi suona quasi rivoluzionaria: «Molti insistono nel dire che avrei dovuto brevettare il vaccino. Ma questo avrebbe rallentato la sua diffusione». Grazie a quella scelta, la polio è stata quasi eliminata dal pianeta.
Jonas Salk, inventore del primo vaccino antipolio, fece la stessa cosa. Quando gli chiesero chi detenesse il brevetto, rispose: «Il popolo. Si può forse brevettare il sole?». Rinunciò volontariamente a un guadagno stimato in oltre 7 miliardi di dollari attuali.
Carlo Urbani, medico italiano di Medici Senza Frontiere, fu il primo a identificare la SARS nel 2003. Non cercò gloria né denaro: si immerse nell'epidemia per proteggere gli altri e morì contagiato mentre tentava di fermarla. Il suo lavoro salvò migliaia di vite.
Questi uomini non erano santi: erano professionisti. Ma avevano chiaro un principio: la salute non è una merce.
Oggi, in molte parti del mondo, la sanità è diventata un settore finanziario, con logiche da mercato azionario: fusioni, acquisizioni, brevetti, investimenti, rendimenti. La ricerca scientifica resta un pilastro fondamentale e milioni di professionisti lavorano ogni giorno con dedizione e competenza. Ma accanto a loro si è sviluppato un ecosistema in cui la malattia può diventare un'opportunità di guadagno, la prevenzione rende meno del trattamento e la salute è un costo da contenere, non un diritto da garantire.
In questo clima si inseriscono anche le polemiche sui vaccini, sulla ricerca e sulle case farmaceutiche. Non perché i vaccini non funzionino — la storia dimostra il contrario — ma perché la fiducia si sgretola quando la percezione è che la salute venga trattata come un business. E quando la fiducia crolla, si apre spazio a sospetti, paure e narrazioni distorte. Non serve inventare virus: basta che la gente smetta di credere che chi la cura lo faccia per il suo bene.
La domanda, allora, è inevitabile: quando il denaro ha iniziato a valere più dell'essere umano? Forse non c'è una data precisa. Forse è stato un lento scivolare, un'abitudine, una resa collettiva.
Ma oggi il nodo è chiaro: abbiamo accettato che settori nati per proteggere la vita — la sanità, la ricerca, la diplomazia — possano essere guidati da logiche che con la vita hanno poco a che fare.
Riconoscerlo non significa essere contro il progresso, contro la scienza o contro l'economia. Significa ricordare che esistono ambiti in cui il profitto deve restare un mezzo, non il fine.
Perché quando la cura diventa un investimento e la guerra un'opportunità, la società smette di essere comunità e diventa mercato. E un mercato, da solo, non costruisce futuro.





