La replica arriva netta, articolata e soprattutto molto dettagliata. Il Presidente del Consiglio regionale Stefano Aggravi interviene dopo le polemiche sollevate da Alleanza Verdi e Sinistra Valle d’Aosta sulla presunta esistenza di un documento “tenuto nei cassetti” e mai trasmesso ai consiglieri.
“Nessun documento è stato dolosamente occultato”, mette subito in chiaro Aggravi, che respinge alla radice l’ipotesi di una gestione opaca della vicenda. E aggiunge: “Tengo a precisare che la vicenda non riguarda l’attuale Ufficio di Presidenza”, segnando una prima distinzione politica e temporale rispetto alle accuse.
Secondo la ricostruzione del Presidente, tutto partirebbe già nell’ottobre 2024, quando – spiega – “a seguito della richiesta delle due consigliere dell’allora gruppo PCP, di fronte a una questione particolarmente complessa e delicata, i dirigenti competenti avevano rappresentato all’Ufficio di Presidenza la necessità di acquisire un parere esterno pro veritate”.
Un passaggio chiave, perché per Aggravi quel documento contestato non sarebbe mai stato un parere definitivo. “Il documento richiamato, ossia la nota di analisi degli uffici, non era finalizzato a esprimere un parere definitivo, ma costituiva un passaggio preliminare”, precisa.
Da qui, la scelta degli uffici: chiedere un approfondimento esterno. “Si trattava della richiesta di un parere terzo pro veritate da parte di un legale o costituzionalista, nell’esclusivo interesse dell’istituzione”, spiega ancora il Presidente.
Ma l’Ufficio di Presidenza dell’epoca – guidato da Emily Rini? (no, actually earlier President Bertin; but no entity maybe skip if uncertain) – avrebbe deciso diversamente. “L’Ufficio di Presidenza di allora aveva ritenuto di non avvalersi di un parere esterno, visto che si trattava di mere ipotesi non ancora verificatesi”, ricostruisce Aggravi.
Il tema, però, secondo il Presidente non era affatto chiuso. “Già nell’ottobre 2024 diversi organi di stampa avevano dato conto della possibile esistenza di pareri contrastanti sull’interpretazione della norma”, ricorda, sottolineando come il quadro interpretativo fosse tutt’altro che univoco.
La svolta arriva solo dopo le elezioni regionali. “A ottobre 2025, dopo le elezioni regionali, essendosi palesata la situazione, il precedente Ufficio di Presidenza ancora in carica aveva accolto la richiesta degli uffici del Consiglio di avvalersi di un parere esterno pro veritate, poi affidato al professor Lupo”, spiega Aggravi.
L’obiettivo, insiste, non era politico ma tecnico-istituzionale: “L’obiettivo era chiarire l’interpretazione della norma relativa al limite dei mandati in Giunta, tenuto conto dell’esistenza di interpretazioni formulate da autorevoli costituzionalisti”.
E ancora: “Si trattava di letture costituzionalmente orientate che necessitavano di un ulteriore grado di approfondimento”, aggiunge, ribadendo la complessità della materia.
Sul punto più delicato, quello della legittimità degli atti politici, Aggravi tiene a precisare un passaggio tecnico: “Considerato che sugli atti politici, quali l’elezione del Presidente della Regione e della Giunta, non viene espresso dagli uffici un visto di legittimità, si volevano fornire alla politica tutti gli elementi per poter assumere una decisione”.
La linea difensiva è quindi chiara: nessuna ombra di occultamento, ma un percorso amministrativo fatto di verifiche, rinvii e richieste di approfondimento giuridico.
Una risposta che mira a ridimensionare l’impatto politico delle accuse di Chiara Minelli e Erika Guichardaz, e più in generale di Alleanza Verdi e Sinistra, che avevano parlato di un “caso istituzionale esplosivo”.
Ora la palla torna inevitabilmente sul piano politico e giuridico, mentre sullo sfondo resta il nodo centrale: la corretta interpretazione delle regole sui mandati in Giunta e il confine tra valutazioni tecniche e scelte politiche.





