CULTURA - 13 maggio 2026, 21:05

L’utilizzo del Fleyé da parte di associazioni folkloristiche non valdostane: così il folklore rischia di perdere la propria identità

Il gruppo La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans denuncia l’uso improprio di uno degli strumenti simbolo della tradizione locale. Ma il tema vero, oggi, è l’assenza della politica e di una tutela culturale strutturata

Una formazione del gruppo folkloristico La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans

Una formazione del gruppo folkloristico La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans

“Con rammarico abbiamo appreso…”: l’attacco è già tutto un programma. Ma qui non siamo davanti a una semplice nota di costume o a una polemica tra gruppi folkloristici. Qui c’è un nervo scoperto che riguarda l’identità culturale, la sua protezione, e soprattutto la capacità – o incapacità – delle istituzioni di riconoscere che il folklore non è una vetrina neutra da esportazione globale.

Il gruppo folkloristico La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans parla di “utilizzo improprio e ingiustificato del Fleyé” da parte di realtà non valdostane che lo portano persino in festival nazionali e internazionali. E già qui la questione si allarga: “utilizzo”, “appropriazione”, “trasformazione”, “decontestualizzazione”. Parole che pesano, perché non riguardano solo uno strumento, ma ciò che uno strumento rappresenta.

E qui serve chiarirlo senza ambiguità: il Fleyé non nasce come strumento musicale. È originariamente il correggiato, un antico attrezzo agricolo usato nelle aie per la battitura dei cereali. Due bastoni collegati tra loro, uno lungo per impugnare e uno corto e mobile che colpiva le spighe per separare i chicchi. Solo in un secondo momento, a partire dalla fine degli anni ’50, viene trasformato in strumento scenico e musicale dal gruppo de La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans, che ne rielabora la funzione aggiungendo elementi sonori e decorativi: campanelli, nastri, piccole casse armoniche. Nasce così uno strumento percussivo che porta in scena la memoria del lavoro agricolo, trasformandola in ritmo e rappresentazione.

“Il Fleyé deve la sua origine all’intuizione di Venance Bernin…” si ricorda nel documento. Non è un oggetto qualsiasi, ma una creazione precisa, storicizzata, documentata, quasi museale nella sua genealogia culturale. “Le modalità per suonarlo furono implementate nel 1973…” e ancora: “documenti d’archivio, deliberazioni, testimonianze, riconoscimenti internazionali”. Non folklore generico, ma identità costruita, codificata, riconoscibile.

E allora la domanda diventa inevitabile: come si può trattare tutto questo come materiale “liberamente reinterpretabile”?

Qui però il punto non è soltanto la difesa di un gruppo. Il punto è il silenzio politico. Perché mentre le tradizioni vengono citate nei discorsi ufficiali, nei festival, nei dépliant turistici e nelle celebrazioni istituzionali, quando si passa alla tutela concreta tutto diventa improvvisamente fluido, sfumato, “universale”.

“Si rischia di smarrire l’origine, impoverendo la varietà…” si legge nel testo. Ed è forse la frase più politica di tutte, anche se non nasce come tale. Perché descrive una deriva: quella di un folklore ridotto a repertorio intercambiabile, dove un elemento vale l’altro, purché “suggestivo”.

E la politica? Assente. O, peggio, presente solo nella retorica.

“Bisognerebbe tutelare il prodotto folkloristico Valle d’Aosta come si tutelano i prodotti enogastronomici…” è una richiesta chiara, quasi banale nella sua evidenza. Ma è proprio qui che si apre il vuoto. Perché nessuna normativa seria, nessun impianto organico, nessuna strategia culturale regionale sembra oggi affrontare il nodo della proprietà identitaria delle tradizioni immateriali.

Vittorio Bobio (sn.) inventore del Fleyé ed il fratello Mario

E allora si arriva al paradosso: “il folklore universale”. Un’espressione che nel testo suona come una deriva pericolosa. Perché universalizzare significa spesso neutralizzare. Significa togliere radici per renderle consumabili ovunque.

“Non stupisce che altri utilizzino strumenti simili…” si concede. Ma subito dopo arriva la frattura: “ciò non giustifica l’utilizzo del Fleyé al di fuori del contesto valdostano”. E qui il discorso diventa netto: o la cultura è radicata, o diventa imitazione permanente di se stessa.

“Una disonestà intellettuale e culturale…” si denuncia nel testo. Parole pesanti, che chiamano in causa non solo chi utilizza, ma anche chi non interviene.

“Ogni gruppo possiede un’identità unica…” si ribadisce. E sembra quasi un atto di difesa estrema, come se fosse necessario ricordare l’ovvio.

Ma l’ovvio oggi non è più garantito.

E allora la domanda finale diventa politica, nel senso più diretto e meno retorico possibile: chi tutela davvero il patrimonio folkloristico? Chi decide cosa è identitario e cosa è replicabile? Chi interviene quando una tradizione viene estratta dal suo contesto e rimessa in circolo come prodotto culturale “generico”?

“Se il folklore perde le sue differenze e la sua identità, quale destino avranno le nostre tradizioni?”: la chiusura del documento non è una provocazione, è una diagnosi.

E forse il vero problema non è che qualcuno suoni il Fleyé fuori dalla Valle d’Aosta. Il problema è che nessuno, nei luoghi dove si dovrebbe decidere, sembra avere davvero chiaro cosa significhi difendere una cultura quando smette di essere solo racconto e diventa oggetto contendibile.

Perché senza una politica culturale forte, il rischio non è l’imitazione. È l’erosione lenta. Silenziosa. Irreversibile.

pi.mi.

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