ATTUALITÀ - 10 maggio 2026, 12:30

…e i francesi che si incazzano

Tra ricorsi, poltrone e indignazioni da bar, la politica valdostana sembra trasformarsi in una commedia alpina dove tutti protestano, ma nessuno si alza davvero dalla sedia. E così, mentre le leggi vengono interpretate “a sentimento”, i cittadini si limitano a indignarsi comodamente da casa o davanti a un cappuccino

Immagine generata con intelligenza artificiale

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C’è una famosa canzone di Paolo Conte dedicata a Gino Bartali che torna sempre utile quando bisogna raccontare certi momenti della vita pubblica: «…e i francesi che si incazzano». Solo che, da queste parti, la versione locale suonerebbe più o meno così: «…e i valdostani che si incazzano, ma senza alzarsi dalla poltrona».

Perché la scena politica regionale, negli ultimi mesi, ha offerto uno spettacolo degno di un cabaret alpino: una legge regionale chiara come l’acqua di un ruscello, un ruolo istituzionale che quella legge non permetterebbe, e qualcuno che decide che sì, vabbè, la legge è la legge… ma la sedia è la sedia.

E così ci si siede. E si resta seduti. E ci si impunta. Perché, in Valle, più che la montagna, è il potere che dà le vertigini.

Poi arriva la magistratura, che fa una cosa quasi rivoluzionaria: legge la legge. E scopre che, sorpresa, la legge vale anche qui.

Da lì, la decadenza. Che non è un giudizio morale, ma un atto amministrativo. Anche se, a guardarla da fuori, un certo retrogusto estetico ce l’ha.

Naturalmente, non finisce lì. Perché il ricorso è il nuovo sport regionale: non si scia più come una volta, ma si ricorre che è un piacere. Appelli, contrappelli, controappelli, e un’intera popolazione che osserva la scena come si guarda una frana da lontano: con un misto di fatalismo e rassegnazione.

E i valdostani che si incazzano… ma mica pedalando come Bartali: lo fanno “spippolando” sul cellulare, seduti al bar o da casa, comodamente in pantofole.

La vera costante, però, resta il pubblico. Un pubblico che si indigna con la stessa energia con cui si sfoglia il giornale al bar: «Eh, guarda lì… che vergogna… bisognerebbe fare qualcosa…»

E poi niente. Si torna al cappuccino, al pranzo della domenica, alla pagina Facebook del paese.

La rabbia c’è, certo. Ma è una rabbia a bassa intensità, domestica, climatizzata.

Una rabbia che non disturba, non si organizza, non si muove. Una rabbia che non pretende cambiamenti: pretende solo di poter dire che “non va bene”.

È la versione alpina dell’indignazione: incazzati sì, ma con moderazione. Che poi, a pensarci bene, è un talento.

Mi vien da ridere perché questa mi pare la classica situazione da film in cui c’è sempre qualcuno che si gira e sussurra: «Vai avanti tu, che a me scappa da ridere».

Morale provvisoria (come tutto, qui)

In questa storia non ci sono buoni e cattivi, solo ruoli: chi interpreta le leggi come fossero oroscopi, chi si aggrappa alla poltrona come fosse un appiglio in parete, chi controlla quando ormai è tardi, e i valdostani che si incazzano… ma seduti.

E forse è proprio questo il punto: finché la rabbia resta comoda, anche il potere resterà comodo. E continueremo a cantare Paolo Conte, adattando il ritornello alla nostra geografia emotiva: «…e i valdostani che si incazzano, ma senza muovere un passo».

Vittore Lume-Rezoli

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