L’Europa delle banche, dei regolamenti e delle burocrazie spesso finisce per oscurare l’Europa delle idee, delle speranze e della pace. Eppure il 9 maggio non rappresenta una semplice ricorrenza istituzionale: è la memoria viva di un continente che, dopo essersi distrutto nelle guerre del Novecento, decise di costruire un destino comune fondato sulla cooperazione e sulla dignità umana.
È questo il messaggio che il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha voluto rilanciare in occasione della Giornata dell’Europa 2026. Un richiamo forte, quasi un appello civile, rivolto al mondo della scuola, alle istituzioni e alla società contemporanea, in una fase storica attraversata da conflitti internazionali, crisi economiche, tensioni sociali e nuove paure collettive.
Il presidente del CNDDU, il professor Romano Pesavento, ricorda come tutto ebbe origine il 9 maggio 1950 con la celebre dichiarazione di Robert Schuman. “Non si trattò soltanto di una proposta economica o diplomatica: la dichiarazione Schuman fu soprattutto una visione etica e politica fondata sulla convinzione che la pace potesse essere costruita attraverso la cooperazione, la solidarietà e la condivisione di responsabilità comuni tra gli Stati europei”.
Parole che oggi suonano quasi controcorrente, in un’Europa spesso percepita distante dai cittadini e incapace di parlare davvero alle giovani generazioni. Ed è forse proprio questo il nodo centrale del documento diffuso dal Coordinamento: restituire all’idea europea una dimensione concreta, umana e partecipativa.
“L’Europa non può essere percepita esclusivamente come uno spazio economico o burocratico”, sottolinea Pesavento. “Essa rappresenta, prima di tutto, un progetto di convivenza civile nato dalle macerie della guerra e fondato sul rifiuto della violenza, dei totalitarismi e delle disuguaglianze”.
Il 2026, inoltre, porta con sé un doppio valore simbolico. Ricorrono infatti i quarant’anni dall’ingresso di Spagna e Portogallo nella Comunità europea e il quarantesimo anniversario delle prime celebrazioni ufficiali della Giornata dell’Europa con bandiera e inno comunitari. Due passaggi storici che raccontano il consolidamento democratico del continente dopo le dittature del secolo scorso.
Nel messaggio del Coordinamento emerge con forza il ruolo strategico della scuola. Non come semplice luogo di trasmissione nozionistica, ma come laboratorio di cittadinanza e coscienza democratica. Educare all’Europa, secondo il CNDDU, significa formare giovani capaci di comprendere il valore dei diritti umani, della memoria storica, della partecipazione civile e della solidarietà tra popoli.
“A distanza di oltre settant’anni, quell’intuizione conserva una straordinaria attualità”, osserva Pesavento, richiamando le grandi fragilità del presente: guerre, crisi energetiche, migrazioni, disuguaglianze sociali e trasformazioni globali sempre più complesse.
Da qui nasce anche una proposta concreta: istituire una “Settimana europea della cittadinanza attiva e dei diritti umani” da organizzare annualmente nelle scuole italiane attorno al 9 maggio. L’iniziativa prevederebbe laboratori civici, simulazioni parlamentari europee, gemellaggi digitali tra studenti dei Paesi membri, forum interculturali e percorsi dedicati all’educazione alla pace, all’inclusione e alla sostenibilità.
L’obiettivo è chiaro: trasformare la Giornata dell’Europa da celebrazione formale a esperienza educativa viva. Un modo per riavvicinare gli studenti a un’Europa che troppo spesso appare astratta, lontana o ridotta a slogan politici.
In fondo, la vera sfida europea oggi non riguarda soltanto l’economia o la geopolitica. Riguarda soprattutto la capacità di ricostruire un senso di appartenenza democratica in una società frammentata e disillusa. Perché senza cittadini consapevoli, nessuna istituzione può davvero reggere nel tempo.
E forse il messaggio più potente del Coordinamento sta proprio qui: l’Europa non sopravvive nelle cerimonie ufficiali, ma nella coscienza civile delle nuove generazioni.





