C’è qualcosa di profondamente stonato – e francamente insopportabile – nel vedere istituzioni che approvano leggi con solennità, salvo poi trattarle come fastidiosi ostacoli quando tocca applicarle a sé stesse.
L’ordine del giorno suppletivo del Consiglio Valle, convocato per martedì 5 maggio 2026, inserisce un punto che dovrebbe essere puramente tecnico: la presa d’atto della decadenza del consigliere Renzo Testolin dalla carica di Presidente della Regione. Una conseguenza diretta della sentenza n. 110/2026 del Tribunale di Aosta, pubblicata il 2 maggio, che ne ha dichiarato l’ineleggibilità per la XVII legislatura.
Tutto lineare, verrebbe da dire. La legge parla, la magistratura applica, la politica prende atto. Fine.
E invece no.
Perché dietro questa apparente normalità istituzionale si nasconde un cortocircuito ben più grave: quello di una classe dirigente che le regole le scrive, ma solo per gli altri. Per sé, al massimo, le interpreta. Quando non le ignora apertamente.
La parola “ineleggibilità” non è un’opinione, né una sfumatura lessicale da dibattito televisivo. È un principio giuridico preciso, che dovrebbe funzionare come una linea rossa invalicabile. Eppure, troppo spesso, diventa materia elastica, piegabile, rinviabile. Una formalità da gestire, non un limite da rispettare.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: si arriva alla decadenza non come atto fisiologico e tempestivo, ma come epilogo forzato, certificato da un tribunale. Come se servisse un giudice per ricordare alla politica ciò che la politica stessa ha scritto nelle proprie leggi.
Nel frattempo, si prende atto – con linguaggio neutro e burocratico – che la Giunta continuerà in prorogatio per l’ordinaria amministrazione. Una formula elegante per dire che il sistema regge, sì, ma arrancando. E soprattutto senza mai affrontare fino in fondo la questione centrale: la responsabilità politica.
Perché qui non siamo di fronte a un incidente tecnico. Siamo davanti a un vizio culturale. L’idea, mai dichiarata ma spesso praticata, che le norme siano strumenti da usare quando conviene e da aggirare quando intralciano.
E allora il Consiglio si riunisce, la Conferenza dei Capigruppo stabilisce tempi ordinati – dieci minuti a consigliere – e tutto scorre secondo liturgia. Ma resta una domanda, semplice e scomoda: che valore hanno le leggi se chi le approva è il primo a considerarle opzionali?
Non è solo una questione giuridica. È una questione di fiducia. E ogni volta che le istituzioni danno l’impressione di giocare con le regole, quella fiducia si erode un po’ di più.
Forse il punto non è la decadenza in sé, atto dovuto. Il punto è tutto quello che viene prima. E, soprattutto, tutto quello che rischia di continuare anche dopo.





