Caro Direttore,
ti riscrivo dopo tanto tempo perché, sebbene l’acqua scorra abbondante ovunque grazie alle copiose nevicate di quest’anno, noi siamo tuttora senza il refrigerio importante del nostro prezioso bial maestro.
Parlarne in loco sembra inutile. Mi consigliano di rivolgermi a un legale, ma considerata la mia età non vedrei la fine di una causa, lasciando ai posteri un’eredità scomoda. Nelle altre borgate l’acqua c’è sempre.
Mi raccomandano di munirmi di un pozzo o di una cisterna, ma non ne afferro il senso, avendo da oltre un secolo un corso d’acqua davanti a casa.
Norme nazionali e internazionali, se ben le interpreto, prevedono che l’acqua del ruscello scorra dodici mesi all’anno. Invece, l’acqua sparisce da settembre per un incomprensibile letargo invernale. Da aprile in poi bisogna elemosinarla e spesso scompare. Per riaverla occorre manovrare una paratoia grande, arrugginita più delle mie giunture. Mi pare tutto un po’ assurdo.
Non voglio accusare o criticare nessuno.
Per irrigare ci sono degli orari, ma un minimo di acqua deve scorrere sempre e comunque: per gli animali selvatici, per gli alberi da frutto, per la vegetazione e per la tutela ambientale.
Bagnare fiori e ortaggi con l’acqua potabile è vietato, oltre che costoso.
Troppi ruscelli, che permettevano agli animali di dissetarsi e agli umani di attingere il necessario per l’orto, sono misteriosamente scomparsi.

Da tempo immemorabile, un bial maestro scorreva spumeggiante nella nostra proprietà. La vite del pergolato, che ora secca, traeva da lì la sua energia per garantirci uva profumata, e i prati ridevano esultanti al suo passaggio. Noi attingevamo il necessario per bagnare piante e ortaggi, per lavare le scale, e per le piccole necessità quotidiane.
Quel bial cantava lieto dodici mesi all’anno. Le galline, i cerbiatti e le anatre si rinfrescavano grazie a lui.
Oggi parlare sembra inutile. È scomparsa anche una fonte storica di acqua potabile poco lontana.
Lettera firmata
Gentile lettrice,
la sua non è solo una testimonianza. È una denuncia civile, composta ma potentissima.
Perché dietro le sue parole non c’è nostalgia, ma un fatto concreto: un corso d’acqua che per oltre un secolo ha garantito vita, equilibrio e quotidianità oggi non svolge più la sua funzione. E questo, in un territorio come il nostro, non è né normale né accettabile.
Lei scrive di silenzi, di inutilità nel parlare, di inviti ad arrangiarsi. È forse questo l’aspetto più preoccupante: quando una cittadina arriva a pensare che far valere un diritto sia inutile o troppo lungo, significa che qualcosa si è inceppato nel rapporto tra istituzioni e territorio.
Non le si può chiedere di scavare un pozzo davanti a un bial storico. Non le si può suggerire una soluzione privata a un problema che è, evidentemente, pubblico.
Esistono norme, esistono concessioni, esistono obblighi precisi sul mantenimento del deflusso minimo vitale e sulla gestione delle acque. Se quell’acqua non scorre più con regolarità, qualcuno deve spiegare perché.
Non si tratta di cercare colpevoli a tutti i costi, ma di ristabilire una verità semplice: l’acqua nei nostri territori non è un optional, non è un favore, non è una concessione occasionale. È parte integrante di un equilibrio ambientale, agricolo e umano.
Lei ha fatto bene a scrivere. E ha fatto ancora meglio a non accusare, ma a raccontare. Perché è proprio da queste testimonianze che dovrebbe partire una verifica seria.
A questo punto, però, il passo successivo non può essere il silenzio.
Serve una risposta pubblica, chiara e verificabile:
- da chi gestisce quel tratto d’acqua
- da chi ha rilasciato eventuali concessioni
- da chi dovrebbe vigilare
Perché, come lei stessa lascia intendere, l’acqua non sparisce per caso.
E se davvero vogliamo parlare di tutela del territorio, non possiamo limitarci alle parole o agli atti formali: dobbiamo guardare a ciò che accade ogni giorno, anche – e soprattutto – nei piccoli bial che fanno grande la nostra storia.
Continui a far sentire la sua voce. Non è inutile. È necessaria. pi.mi.
La redazione





