C’è qualcosa di profondamente stonato nella posizione assunta dall’Union Valdôtaine dopo la sentenza del Tribunale di Aosta che ha dichiarato la decadenza di Renzo Testolin da presidente della Regione. Due ore e mezza di riunione, a porte chiuse, parole misurate. Poi una linea: garantire la stabilità.
Ma qui non siamo davanti a una crisi politica qualsiasi. Siamo davanti a una violazione accertata della legge regionale sui limiti di mandato, una legge che nasce nel solco della cultura autonomista valdostana. La sentenza è chiara: non una sfumatura, non un dubbio marginale, ma un’ineleggibilità accertata.
E allora il punto non è la stabilità. Il punto è un altro, molto più serio. Presentarsi alle elezioni forzando il perimetro di una legge sui limiti di mandato significa alterare le regole della competizione democratica. Significa entrare in una competizione sapendo che la propria posizione è, quantomeno, giuridicamente controversa.
È un comportamento che si avvicina pericolosamente a una forma di distorsione del confronto elettorale, perché mette gli elettori di fronte a una candidatura la cui legittimità è incerta fin dall’inizio.
E questo, prima ancora della sentenza, è un problema politico grave. La norma sui limiti di mandato, introdotta con la legge regionale 21/2007, rappresenta un principio di ricambio democratico, un presidio contro la concentrazione del potere, una scelta di autonomia responsabile.
E oggi, chi quella cultura politica dice di rappresentarla prima ne forza i confini, poi ne minimizza la portata e, infine, quando interviene un giudice, richiama la stabilità. Questa non è difesa dell’autonomia. È il suo svuotamento.
L’autonomia speciale della Valle d’Aosta si fonda su un principio semplice: più autonomia significa più responsabilità. Quando una comunità si dà regole proprie, deve essere la prima a rispettarle, non l’ultima a cercare interpretazioni utili a superarle. Il vero rischio non è l’instabilità amministrativa.
Il vero rischio è che passi il messaggio che le regole possono essere aggirate, che la loro applicazione dipenda dalla convenienza e che, in ultima istanza, sia un tribunale a rimettere ordine. La stabilità delle istituzioni non si costruisce dopo aver forzato le regole. Si costruisce rispettandole prima. Chi oggi richiama la stabilità dovrebbe avere il coraggio di affrontare questo nodo.
Perché la vera fragilità delle istituzioni nasce nel momento in cui la politica smette di essere la prima garante delle regole che essa stessa stabilisce.





