ECONOMIA - 02 maggio 2026, 12:30

Energia, nomine e cittadini: l’equilibrismo perfetto dello Stato azionista

Tra partecipazioni pubbliche, utili miliardari e autorità di controllo nominate dalla politica, il sistema energetico italiano si regge su un equilibrio delicato. Ma quando lo Stato è insieme azionista e regolatore, a pagare il prezzo più alto rischia di essere sempre il consumatore.

Energia, nomine e cittadini: l’equilibrismo perfetto dello Stato azionista

Nei giorni scorsi, dopo aver ricevuto la bolletta, mia moglie ha intercalato alcune parole poco eleganti, sventolandola come fosse un randello. Alla frase «…ma che vadano a farsi…», l’ho calmata, ho preso in mano il foglio e, con la flemma dell’ormai rassegnato pensionato, ho sospirato, leggendo lentamente solo la cifra finale.

Ho convinto corpo e cervello a entrare in una sorta di ascesi trascendentale, ispirandomi a una versione casalinga di yoga. Dopo alcuni profondi respiri, ho espresso la mia opinione — che, per educazione, non riferisco.

Ma quella cifra mi ha perseguitato a lungo. Così, la sera, con l’aiuto di alcune delle tante intelligenze artificiali, mi sono divertito a fare qualche domanda per togliermi un paio di dubbi.

In Italia il settore dell’energia vive in un equilibrio che definire complesso sarebbe un eufemismo. Da un lato, lo Stato è azionista di maggioranza nelle principali aziende energetiche: ENI (circa il 30% tra MEF e CDP), ENEL (circa il 23,6%), Terna (circa il 29,8%).

Dall’altro lato, lo stesso Stato, attraverso procedure istituzionali, nomina i vertici dell’ARERA, che dovrebbe vigilare sul mercato e tutelare i consumatori.

Un modello che richiede una fiducia quasi mistica nella capacità di separare i ruoli.

Eppure, come ricordano molti analisti, quando lo Stato è contemporaneamente giocatore e arbitro, qualche domanda sorge spontanea.

Nel 2023, ad esempio, ENI ha registrato utili per oltre 8 miliardi di euro, mentre ENEL ha superato i 6 miliardi. Utili che, in parte, finiscono nelle casse pubbliche sotto forma di dividendi.

È quindi naturale chiedersi quanto sia semplice, per un regolatore nominato dal Governo, spingere con decisione su politiche che riducono i consumi, favoriscono l’autoproduzione o tagliano gli oneri di sistema, quando quegli stessi consumi e quegli stessi oneri contribuiscono alle entrate dello Stato.

Il paradosso è evidente:
lo Stato invita i cittadini a risparmiare energia, ma incassa di più se ne consumano.

Le rinnovabili diffuse, l’efficienza energetica e l’autoconsumo sono strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Ma sono anche strumenti che, inevitabilmente, erodono quote di mercato alle grandi utility.

È difficile immaginare un consigliere di una società energetica — nominato proprio dal potere politico — entusiasta all’idea di accelerare processi che riducono i margini dell’azienda che deve tutelare. Non per malafede, ma per semplice logica industriale.

Sul fronte regolatorio, ARERA gestisce voci delicate come gli oneri di sistema, che nel 2022 hanno superato i 10 miliardi di euro. Una parte di queste risorse finanzia infrastrutture e meccanismi di interesse pubblico, ma resta il fatto che ogni riduzione significativa avrebbe un impatto diretto sulle entrate complessive del sistema.

Anche qui, la domanda è legittima: quanto spazio reale ha un’autorità nominata dal Governo per spingere verso una tutela più aggressiva del consumatore?

Il cittadino, intanto, osserva.

Osserva le bollette che salgono e scendono come un’altalena, osserva i comunicati che parlano di “transizione”, “sostenibilità”, “tutela” e osserva, soprattutto, che alla fine il sistema sembra progettato per non scontentare nessuno.
O quasi.

Perché, se c’è un soggetto che non può permettersi di protestare troppo, quello è proprio il consumatore finale. Quello che paga la bolletta, gli oneri, le accise e che dovrebbe fidarsi di un meccanismo in cui chi regola e chi viene regolato spesso risponde allo stesso azionista.

È un equilibrio raffinato, certo.
Un capolavoro di ingegneria istituzionale, se vogliamo essere generosi.

Ma resta un fatto: in un sistema dove tutti devono essere soddisfatti, il rischio è che l’unico a non essere davvero tutelato sia proprio chi accende la luce.

Vittore Lume-Rezoli

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