Il lavoro come fondamento della Repubblica non è uno slogan da cerimonia. È un principio giuridico preciso, inciso nell’articolo 1 della Costituzione e sviluppato negli articoli 4, 35 e 41, che subordinano persino l’iniziativa economica privata al rispetto della dignità umana. Eppure, ogni 1° maggio, il dubbio resta lo stesso: quanto di quel dettato costituzionale è davvero applicato?
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani torna a dirlo senza giri di parole. “Il lavoro non è soltanto un fattore economico, ma un diritto fondamentale della persona, che deve essere garantito nella sua dimensione sostanziale e non solo formale”, sottolinea il presidente, il professor Romano Pesavento.
Dentro questo quadro, la sicurezza sul lavoro non è un accessorio. È il cuore del sistema. Il decreto legislativo 81 del 2008 lo dice chiaramente: salute e sicurezza sono diritti fondamentali e interessi collettivi. Non un’opzione, non un compromesso.
Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pesano come macigni: le morti sul lavoro sono un “tributo inaccettabile”. Una definizione che fotografa perfettamente il cortocircuito italiano: norme avanzate, applicazione spesso debole.
E il problema diventa ancora più delicato quando riguarda i giovani.
I Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO), nati per avvicinare scuola e lavoro, espongono studenti a contesti reali dove però le garanzie non sempre sono altrettanto reali. La legge li equipara ai lavoratori, almeno sulla carta. Ma i fatti raccontano altro.
Le tragedie di Lorenzo Parelli, Giuliano De Seta e Giuseppe Lenoci hanno squarciato il velo. Non episodi isolati, ma segnali di un sistema che mostra crepe profonde.
“I dati più recenti – osserva Pesavento – con quasi 1.900 denunce di infortunio legate ai PCTO nel 2025, dimostrano che non siamo di fronte a emergenze occasionali, ma a un problema strutturale che chiama in causa la governance della sicurezza”.
E qui si entra nel punto vero: non è la mancanza di norme, ma la distanza tra legalità formale e sostanziale.
La prevenzione non può vivere solo nei codici. Serve un sistema integrato: controlli seri, formazione continua, responsabilità chiare. E soprattutto una cultura condivisa della sicurezza.
La scuola, in questo, gioca una partita decisiva.
“L’educazione alla sicurezza – insiste Pesavento – non può essere ridotta a un adempimento burocratico: deve diventare parte strutturale della formazione civica, capace di sviluppare consapevolezza, senso critico e responsabilità”.
Non basta sapere cosa dice la legge. Bisogna interiorizzarla. Capire quando un contesto di lavoro non è sicuro. Avere gli strumenti per dirlo. E, soprattutto, avere il diritto reale di rifiutarlo.
Anche la tecnologia può dare una mano: simulazioni immersive, ambienti digitali, formazione interattiva. Strumenti utili, ma non miracolosi. Senza un progetto educativo serio, restano solo esercizi.
“L’innovazione – aggiunge Pesavento – deve essere guidata da un impianto pedagogico coerente, altrimenti rischia di trasformarsi in un’illusione di sicurezza”.
Il nodo resta politico e culturale insieme. Serve un dialogo vero tra scuola e imprese, una selezione rigorosa delle strutture ospitanti, controlli continui e responsabilità tracciabili.
Perché il punto, alla fine, è semplice: non esiste diritto al lavoro senza diritto alla sicurezza.
Il 1° maggio non può limitarsi alla memoria delle conquiste passate. Deve diventare una verifica sul presente.
E, se vogliamo dirla senza retorica, anche una domanda scomoda: siamo davvero disposti a mettere la dignità e la vita delle persone prima della produzione?
“Celebrare il lavoro – conclude Pesavento – significa riaffermare che esso deve essere sempre esercitato in condizioni di sicurezza, dignità e giustizia. Solo così la Costituzione smette di essere un testo e diventa realtà”.
Ecco il punto, Piero: finché quel passaggio non avviene davvero, il Primo maggio resta più una promessa che una celebrazione.





