Un’attività nata per migliorare i servizi ai cittadini si è trasformata, negli anni, in una fonte di perdite coperta con risorse pubbliche. È questo, in sintesi, il cuore dell’indagine della Procura regionale della Corte dei conti della Valle d’Aosta sull’attività di libera professione intramuraria dell’Azienda Usl. Il Procuratore Regionale della Corte dei Conti di Aosta, dott. Quirino Lorelli, illustrerà una conferenza stampa concernente un’attività di servizio svolta in collaborazione con il Nucleo PEF della Guardia di Finanza di Aosta
L’inchiesta parte da lontano, dal 2022, quando la Guardia di finanza segnala un possibile danno per le casse pubbliche. Da lì scattano verifiche approfondite su come viene gestita l’attività che consente ai medici di visitare privatamente i pazienti, ma utilizzando strutture e strumenti dell’ospedale.
In teoria, questo sistema ha un obiettivo preciso: ridurre le liste d’attesa e offrire più servizi senza pesare sulle finanze pubbliche. Il paziente paga una tariffa e quella cifra dovrebbe coprire tutte le spese: il compenso del medico, il personale di supporto, l’uso delle strutture e i costi generali.
Ma secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le cose sono andate diversamente.
Gli accertamenti hanno riguardato circa 190 medici e un giro economico importante: quasi 9,8 milioni di euro di incassi tra il 2019 e il 2021. Il problema è che, nello stesso periodo, i costi hanno superato gli 11,1 milioni.
Il risultato è un disavanzo complessivo di oltre 1,4 milioni di euro:
- quasi 500 mila euro di perdita nel 2019
- oltre 880 mila euro nel 2020
- poco più di 32 mila euro nel 2021
In parole semplici: l’attività privata dei medici, invece di sostenersi da sola, ha prodotto perdite. Perdite che sono state poi coperte con soldi pubblici, cioè con risorse destinate alla sanità per tutti.
Secondo l’indagine, la causa principale è stata la mancata revisione delle tariffe pagate dai pazienti.
Negli anni i costi sono aumentati, ma i prezzi delle prestazioni sono rimasti fermi. Questo ha creato uno squilibrio: si incassava meno di quanto si spendeva.
Non solo. Nei bilanci preventivi – cioè quelli che dovrebbero prevedere le spese – mancavano diverse voci di costo. Costi che poi comparivano nei consuntivi, facendo emergere il buco. Una gestione ritenuta poco trasparente e non aderente alla realtà.
La Procura, come si legge in una nota della Corte dei Conti punta il dito soprattutto sulle omissioni. In sostanza, non sarebbero stati fatti i controlli necessari.
Secondo l’accusa, chi doveva vigilare non è intervenuto per tempo:
- i direttori dell’azienda sanitaria
- i responsabili amministrativi e contabili
- il collegio dei revisori
- il nucleo interno di controllo sull’attività intramoenia
Tutti, a vario titolo, avrebbero omesso di verificare l’andamento dei conti e di intervenire per aggiornare le tariffe.
A conclusione delle indagini, la Procura ha portato il caso davanti alla Corte dei conti. Sono 25 le persone chiamate in causa, tra dirigenti e componenti degli organi di controllo che si sono succeduti negli anni.
A loro viene contestato un danno erariale complessivo di oltre 1,4 milioni di euro, che la Procura chiede di restituire, con una ripartizione delle responsabilità in base ai ruoli ricoperti.
L’udienza è fissata per il 23 settembre 2026.
Il punto più delicato resta proprio questo: le perdite generate da un’attività privata sono state coperte con fondi pubblici.
Risorse che, secondo la Procura, avrebbero potuto essere utilizzate per migliorare i servizi sanitari ordinari, quelli accessibili a tutti i cittadini.
Ora sarà la Corte dei conti a stabilire se ci sono responsabilità e chi dovrà pagare. Ma una cosa emerge già con chiarezza dall’inchiesta: un sistema pensato per rendere più efficiente la sanità, senza costi aggiuntivi, ha finito per pesare proprio sulle casse pubbliche.





