ATTUALITÀ - 29 aprile 2026, 12:20

Quando la bugia è diventata mestiere

La riflessione di un lettore stanco dei titoli che ingannano

Quando la bugia è diventata mestiere

C'è una petizione in circolazione, in questi giorni, che chiede l'abolizione del finanziamento pubblico all'editoria. L'ho firmata. E mentre lo facevo, mi sono ritrovato a pensare — non da addetto ai lavori, ma da semplice lettore — a quante volte nell'ultimo periodo ho aperto un giornale online e mi sono sentito preso in giro.

Non è una sensazione piacevole. Soprattutto quando ti rendi conto che ci sei quasi abituato.

Permettetemi di partire da lontano. Da un ricordo di scuola.

Da ragazzo, una delle punizioni più temute non era il brutto voto in matematica o la nota sul diario. Era quella che arrivava quando venivi sorpreso a dire una bugia.

In casa, tuo padre ti guardava con una delusione silenziosa che pesava più di qualsiasi schiaffo. A scuola, la maestra ti mandava dietro la lavagna — e quella camminata di pochi metri sembrava lunga un chilometro, sotto gli occhi di tutta la classe. La bugia era considerata qualcosa di grave. Non un errore, una mancanza. Una scelta sbagliata. E come tale, veniva trattata.

Poi siamo cresciuti. E qualcosa, lungo la strada, si è rotto.

Oggi apro un giornale — spesso online, come quasi tutti ormai — e mi trovo davanti a titoli che urlano catastrofi imminenti, rivoluzioni epocali, scandali definitivi. Li leggo, trattengo il respiro, clicco. E quasi sempre scopro che la realtà è molto più banale di come veniva annunciata. A volte è addirittura l'opposto di quello che il titolo lasciava intendere. Un piccolo tradimento quotidiano, consumato in silenzio, che si ripete decine di volte al giorno su decine di testate.

Me ne faccio una ragione? Sì, purtroppo. Ma non ci sono ancora del tutto abituato. E forse è una fortuna.

In una regione piccola come la nostra, il rapporto con l'informazione locale ha ancora una sua autenticità. I giornali valdostani vivono in un ecosistema diverso da quello dei grandi media nazionali: il cronista lo incontri per strada, il direttore ha un volto conosciuto, il politico di cui si scrive abita spesso nel tuo stesso comune. Questa prossimità, quando funziona, è un valore autentico. Crea una responsabilità che i grandi giornali non conoscono. Qui, se scrivi una cosa falsa, qualcuno te lo viene a dire — magari il giorno dopo, al mercato.

Ma anche da noi, a volte, si avverte qualcosa che stona.

Il problema vero — e lo dico da lettore, non da esperto — non è il giornale di paese. È un modello di informazione che si è diffuso come un'abitudine cattiva, e che contamina tutto, dal grande quotidiano nazionale al sito locale. È il progressivo abbandono della notizia in sé — nella sua crudezza, nella sua scomodità — a favore di una narrazione che piace a qualcuno. A un assessore. A un partito. A chi firma i contributi pubblici. Il titolo diventa un favore. L'articolo diventa una stretta di mano.

E qui entra in scena la politica.

Perché la politica — non tutta, sia chiaro, ma una sua parte sempre più visibile e rumorosa — ha capito da tempo che la menzogna, se ben confezionata e ripetuta abbastanza spesso, funziona. Lo stipendio che non è aumentato presentato come un taglio virtuoso alle spese.

 Il taglio alle spese presentato come un grande investimento nel futuro. Il problema irrisolto da anni trasformato in un successo comunicativo da celebrare. Non serve nemmeno più che la bugia regga a lungo: basta che tenga il tempo di un ciclo di notizie, di un giorno, di una diretta social. Domani ci sarà un'altra notizia a coprire tutto.

E quando certi giornalisti e certi politici stringono questo patto implicito — io ti do la visibilità che cerchi, tu mi dai la copertura di cui ho bisogno — nasce qualcosa di sottilmente pericoloso. Nasce un'informazione che assomiglia all'informazione, che ne usa il linguaggio e le forme, ma non ne ha più la sostanza. È scenografia. È un titolo scritto per fare colpo, non per raccontare la realtà.

Come lettore, lo riconosco quasi subito. E ogni volta mi torna in mente quella camminata verso la lavagna.

Perché la domanda che mi faccio è semplice: se da bambino venivo punito per aver detto una mezza bugia, per aver gonfiato un po' una storia per fare bella figura con i compagni, come mai oggi chi manipola sistematicamente la verità — dal titolo clickbait all'intervista artefatta, dalla dichiarazione politica falsa al comunicato stampa travestito da articolo — non solo non viene punito, ma spesso viene premiato con click, like, influenza, potere?

Qualcosa si è invertito. E non è una buona notizia.

Non ho soluzioni semplici da offrire, e non sarebbe onesto fingere di averle. Il finanziamento pubblico all'editoria è una questione complessa, con argomenti seri su entrambi i fronti — e chi sostiene che eliminarlo risolverebbe tutto probabilmente semplifica troppo. Ma so, da lettore, che nessun contributo pubblico dovrebbe comprare il silenzio di un giornale su una notizia scomoda. E so che un'informazione che vive di compiacenza verso il potere — qualunque potere — ha già tradito la sua ragione di esistere.

Enzo Biagi, che di questo mestiere capiva qualcosa, amava ripetere che mentire a un lettore è come mentire a se stessi. Era un'altra epoca, forse. Ma la verità di quella frase non è invecchiata di un giorno.

Forse basterebbe ricordarsela. Ogni tanto. Prima di scrivere un titolo. Prima di firmare un articolo. Prima di incassare un contributo.

E magari, ogni tanto, tornare idealmente dietro quella lavagna. A ricordarsi perché mentire — anche solo un po', anche solo in un titolo — non è mai stato davvero gratis.

Lettera firmata

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