ECONOMIA - 20 aprile 2026, 11:08

La crisi non riguarda solo i carburanti. Presto si sentirà sul carrello della spesa

Il calo temporaneo dei carburanti non deve ingannare: l’instabilità in Medio Oriente e il rischio di blocco dello Stretto di Hormuz minacciano la sicurezza alimentare globale. L’aumento dei fertilizzanti e la speculazione sulle materie prime spingeranno presto al rialzo i prezzi del cibo, con un impatto significativo sulle famiglie e sull’intera economia

La crisi non riguarda solo i carburanti. Presto si sentirà sul carrello della spesa

L’incertezza sull’andamento dei negoziati in Medio Oriente e sulla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz si riverserà sulla sicurezza alimentare mondiale e sui prezzi del cibo.

I prezzi dei carburanti sono in calo da alcuni giorni, ma l’incertezza sull’andamento dei negoziati in Medio Oriente continua ad alimentare previsioni negative sulle conseguenze economiche della crisi e su quanto pesante sarà l’impatto sui prezzi, non solo energetici ma anche alimentari.

La FAO, nei giorni scorsi, ha lanciato un allarme concreto: con il blocco dello Stretto di Hormuz è a rischio la sicurezza alimentare mondiale. I prezzi dei fertilizzanti sono già esplosi e, se la crisi non rientrerà, da maggio gli agricoltori dovranno decidere se cambiare le scelte di semina, mentre i consumatori guardano al carrello della spesa con crescente preoccupazione. Le previsioni, infatti, non sono buone: i prezzi del cibo subiranno aumenti.

Sul versante dei carburanti, l’andamento delle quotazioni petrolifere internazionali segue l’incerta evoluzione degli scenari geopolitici e le posizioni (si fa per dire) del Presidente USA, che fanno salire e scendere quasi quotidianamente i prezzi.

Il rischio inflattivo non riguarda esclusivamente petrolio e carburanti, ma un’intera filiera di materie prime strategiche che transitano nello Stretto di Hormuz. Le materie prime diverse dal petrolio contribuiscono oggi fino a un terzo dell’inflazione complessiva, configurando una componente inflattiva diffusa, indiretta e particolarmente persistente.

L’impatto sull’inflazione dipenderà dai tempi dei negoziati e da eventuali accordi. Se i negoziati riprenderanno senza un’intesa immediata, l’inflazione potrebbe attestarsi fra l’1,6% e il 2%, con un impatto compreso tra 500 e 800 euro per le famiglie. In caso di accordo o tregua stabile, si fermerebbe in un range tra l’1,3% e l’1,6%, con un impatto di 350-600 euro annui. In caso, invece, di peggioramento della crisi, l’inflazione salirebbe al 2,2%-2,8%, fino a un 3% reale, con un impatto economico sulle famiglie tra 900 e 1.300 euro annui, fino a 1.500 euro, e un effetto domino su alimentari, industria e logistica.

In questa situazione, il carrello della spesa è destinato a esplodere, con aumenti rilevanti.

Ormai le materie prime, anche alimentari, sono trattate come commodity e quindi i listini, come avviene per il petrolio, sono influenzati dalla speculazione, che fissa prezzi elevati in previsione. Questo accade anche se in Europa i fertilizzanti non mancano: le aziende agricole hanno già trattato i terreni o dispongono di scorte, ma acquistare oggi è diventato carissimo.

Entrano in gioco i costi dell’energia, il rincaro dei fertilizzanti che transitano dallo Stretto di Hormuz, le materie prime trattate come commodity e l’incertezza sulla stessa “conta dei danni” degli impianti danneggiati in Medio Oriente.

Le aziende agricole hanno già i magazzini pieni o i terreni trattati, ma il sistema impone prezzi stellari in previsione di una carenza che, in Europa, per questa stagione non esiste. È una tassa sull’incertezza che pagano gli agricoltori subito e i consumatori tra pochi mesi al supermercato.

La crisi sarà trasversale e tutti i prodotti ne risentiranno: pagheremo tutti per una guerra non voluta, che arricchisce determinati gruppi economici e di potere per i quali la vita umana non ha alcun valore.

Bruno Albertinelli

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