Percorrere le vallate alpine italiane significa oggi fare i conti con una contraddizione stridente: da un lato paesaggi di straordinaria bellezza, dall’altro un patrimonio edilizio e infrastrutturale che si sgretola nell’indifferenza. Rustici abbandonati, alpeggi senza più mandriani e — in Valle d’Aosta come in molte altre regioni montane — interi comprensori sciistici dismessi, con i loro alberghi vuoti, le seggiovie arrugginite, le strutture ricettive che cadono a pezzi. Un doppio spreco: di bellezza e di potenziale economico.
Il problema non è nuovo, ma la sua urgenza cresce. Il cambiamento climatico ha reso economicamente insostenibili molte stazioni sciistiche di media quota. Il progressivo spopolamento delle aree interne ha svuotato borghi e casolari. E il cittadino privato, anche quando vorrebbe recuperare un immobile di famiglia, si trova di fronte a costi di ristrutturazione proibitivi, burocrazia complessa e mercati locali troppo esili per garantire un ritorno sull’investimento.
Nel dibattito economico contemporaneo convivono molte scuole di pensiero — dall’economia circolare a quella dei commons, dall’economia sociale e solidale al keynesismo territoriale, fino alle teorie dello sviluppo locale endogeno. Nessuna, però, sembra cogliere appieno la specificità del problema alpino italiano: la presenza diffusa di beni immobili abbandonati che non trovano né acquirenti privati né investitori istituzionali, ma che rappresentano un capitale latente di enorme valore sociale, culturale e turistico.
È da questa lacuna che nasce l’idea di quella che potremmo chiamare economia rigenerativa di territorio: un modello in cui è la mano pubblica — la Regione, in prima istanza — a farsi carico del recupero di questi beni, non per gestirli direttamente, ma per affidarli a cooperative sociali create ad hoc, che li rimettono in circolo a fini turistici, abitativi o di utilità collettiva, reinvestendo gli utili nella comunità locale.
«Non si tratta di statalizzare il patrimonio privato, né di sussidiare imprese incapaci di stare sul mercato. Si tratta di attivare un meccanismo virtuoso in cui pubblico, cooperazione e territorio si alleano per valorizzare ciò che altrimenti andrebbe perduto per sempre.»
Il modello si articola in tre fasi distinte.
Nella prima, la Regione — avvalendosi di strumenti già esistenti, come il diritto di prelazione, le convenzioni con i Comuni o l’acquisizione per utilità pubblica — individua e acquisisce edifici rurali abbandonati, borghi disabitati o strutture ex turistiche in stato di degrado. Non si tratta necessariamente di espropri: spesso i proprietari sono ben disposti a cedere immobili che non riescono a valorizzare, a fronte di prezzi congrui o sgravi fiscali.
Nella seconda fase, la Regione finanzia — attraverso fondi europei (PNRR, FEASR, fondi per le aree montane), fondi nazionali e risorse proprie — il recupero strutturale degli edifici, avvalendosi di imprese locali. Questo genera già di per sé un primo volano occupazionale nel settore delle costruzioni e dell’artigianato tradizionale.
Nella terza fase, gli immobili recuperati vengono affidati in gestione a cooperative sociali di tipo B, costituite appositamente e radicate nel territorio.
Le cooperative possono destinare le strutture a ostelli e alberghi diffusi, agriturismi, centri per il turismo lento e sostenibile, housing sociale per lavoratori stagionali o famiglie in difficoltà, laboratori artigianali e botteghe. Gli utili prodotti vengono reinvestiti — per statuto — in servizi alla comunità locale: trasporti, assistenza agli anziani, attività culturali.
I benefici di questo approccio sono molteplici e si rafforzano a vicenda. Sul piano occupazionale, si creano posti di lavoro stabili e radicati territorialmente — una rarità nelle economie di montagna, spesso dominate da lavoro stagionale e precario. Sul piano paesaggistico e ambientale, il recupero di edifici esistenti è enormemente più sostenibile rispetto a nuove costruzioni, e il mantenimento degli alpeggi presidia il territorio dal rischio di frane e incendi. Sul piano demografico, strutture abitative accessibili e opportunità di lavoro sono condizioni necessarie — anche se non sufficienti — per invertire lo spopolamento.
Sul piano economico più strettamente inteso, il modello genera un moltiplicatore locale significativo: ogni euro investito nella ristrutturazione rimane in larga misura nel territorio, attraverso l’impiego di manodopera e materiali locali; ogni turista attratto da un borgo recuperato spende in bar, ristoranti e negozi della valle. È un’economia che non estrae valore dal territorio per portarlo altrove, ma lo produce e lo trattiene.
La Valle d’Aosta, con la sua autonomia speciale e la sua lunga tradizione di governance del territorio montano, potrebbe essere il laboratorio ideale per sperimentare questo modello. Ma la sua replicabilità è evidente: borghi abbandonati, strutture dismesse e patrimonio rurale in degrado sono una costante dell’Italia alpina e appenninica, dalla Liguria al Molise, dalla Calabria al Friuli.
Esistono già esperienze parzialmente assimilabili — il progetto dei borghi del PNRR, le cooperative di comunità in Toscana e Trentino, alcuni casi di albergo diffuso in Basilicata — ma manca ancora un disegno organico e scalabile. L’economia rigenerativa di territorio non è un’utopia: è la sintesi pragmatica di strumenti già esistenti, applicata con coerenza a un problema che l’Italia non può più permettersi di ignorare.
La montagna italiana non è un problema da gestire. È una risorsa da reinventare. E spesso le chiavi per farlo si trovano proprio nelle rovine che ci siamo lasciati alle spalle.





