CRONACA - 15 aprile 2026, 19:55

Violenza di genere e giustizia riparativa: ad Aosta l’ultimo incontro per ricucire ciò che la violenza spezza

Venerdì 17 aprile a Palazzo regionale si chiude il ciclo di incontri dedicati alla violenza di genere e alla giustizia riparativa. Al centro, il valore della comunicazione e la possibilità – complessa ma necessaria – di ricostruire legami sociali dopo il conflitto

Marilinda Mineccia

Marilinda Mineccia

C’è un momento, dopo la violenza, in cui il diritto smette di bastare. Le sentenze arrivano, le pene si scontano, ma resta qualcosa di più difficile da affrontare: il vuoto lasciato nelle relazioni, nelle persone, nella comunità. È in quello spazio fragile e spesso ignorato che si inserisce il tema della giustizia riparativa, al centro del terzo e ultimo incontro in programma venerdì 17 aprile, alle ore 15, nella sala M.I. Viglino di Palazzo regionale ad Aosta.

Un appuntamento che chiude un ciclo formativo e di approfondimento promosso dalla Presidenza della Regione, affidato alla guida esperta di Marilinda Mineccia, magistrato con una lunga esperienza alle spalle tra Aosta e Novara. Ma più che una conclusione, questo incontro sembra un punto di passaggio: una porta socchiusa su un modo diverso di pensare la giustizia.

Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: riscoprire il valore e le potenzialità della comunicazione interpersonale. Parole che, a prima vista, possono sembrare quasi morbide rispetto alla durezza della violenza di genere. E invece è proprio lì che sta la sfida. Perché la violenza è, prima di tutto, una rottura del linguaggio: quando le parole falliscono, subentra la forza. Ricostruire la comunicazione significa provare a disinnescare quella frattura all’origine.

La giustizia riparativa, in questo senso, è un terreno scivoloso ma necessario. Non sostituisce la pena, non cancella la responsabilità, ma prova ad affiancarla con qualcosa che il sistema tradizionale fatica a offrire: il riconoscimento reciproco, la possibilità di un confronto, la ricostruzione – quando possibile – di un legame sociale spezzato. Non è buonismo, come qualcuno liquida frettolosamente. È, piuttosto, un tentativo di andare oltre la logica del “chi ha torto e chi ha ragione”, per affrontare le conseguenze profonde del conflitto.

Durante il pomeriggio interverranno diversi professionisti – Marta Lamanuzzi, Monica Delmonte, Massimo Verzaro, Cristina Porta e Juri Nervo – in un dialogo aperto con il pubblico. Non una lezione frontale, ma uno spazio di confronto. Ed è significativo che sia previsto anche un momento di restituzione con l’uditorio: perché su questi temi non esistono verità calate dall’alto, ma percorsi condivisi, spesso imperfetti.

La proiezione del docu-film The Meeting di Alan Gilsenan porterà dentro la sala un caso reale di giustizia riparativa. Non teoria, ma esperienza concreta. Ed è lì che, probabilmente, emergerà tutta la complessità di questo approccio: guardare negli occhi chi ha fatto del male, ascoltare chi lo ha subito, cercare un punto di contatto dove sembra impossibile trovarlo.

Il contesto in cui si inserisce l’iniziativa è ampio e strutturato. La Regione Valle d’Aosta ha costruito negli anni una rete che coinvolge autorità giudiziarie, forze dell’ordine, servizi sociali, scuola, sanità, ordini professionali e centri antiviolenza. Un sistema che prova a non lasciare soli né le vittime né – tema più controverso – gli autori di violenza, nella consapevolezza che la prevenzione passa anche dalla comprensione dei meccanismi che generano il problema.

Eppure, resta una domanda che aleggia, inevitabile: fino a che punto si può parlare di “ricostruzione” quando si tratta di violenza di genere? Non tutto è riparabile. Non tutte le ferite si chiudono. E non sempre il dialogo è possibile o desiderabile.

Ma forse il senso di questi incontri sta proprio qui: non nel dare risposte definitive, ma nel tenere aperta una riflessione. In una società che spesso reagisce alla violenza con slogan e contrapposizioni, fermarsi a ragionare è già un atto controcorrente.

In fondo, la giustizia riparativa è un po’ come tentare di ricucire un tessuto strappato. Le cicatrici restano visibili, il segno non scompare. Ma ignorarlo significherebbe lasciare che lo strappo si allarghi.

je.fe.

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