C’è un filo che unisce Torino alle vallate alpine, ed è quello – sempre più fragile ma ancora vitale – della partecipazione democratica. In un tempo attraversato da tensioni internazionali, sfiducia nelle istituzioni e nuove forme di mobilitazione giovanile, il convegno “Democrazia – Il coraggio della partecipazione” prova a rimettere al centro una domanda semplice quanto decisiva: che cosa significa oggi essere cittadini attivi?
Dal 17 al 19 aprile, il capoluogo piemontese ospiterà tre giorni di incontri, laboratori e testimonianze promossi dalla Pastorale Sociale e del Lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta. Un appuntamento che non si limita al dibattito teorico, ma che punta a costruire connessioni reali tra territori, esperienze e generazioni.
L’apertura è fissata per venerdì 17 aprile alle ore 18 a Palazzo Barolo, con l’intervento di Carlo Belardi, autore del volume “Seminare il futuro”. Il suo contributo si concentrerà su un nodo cruciale: il ruolo delle scuole politiche e la formazione delle nuove generazioni all’impegno civico. Un tema tutt’altro che accademico, se si considera il crescente distacco tra giovani e istituzioni.
Il cuore del convegno, però, si svilupperà nelle giornate del 18 e 19 aprile presso il Sermig, con un titolo evocativo: “un altro modo di fare la piazza”. Non una piazza gridata o virtuale, ma uno spazio fisico e simbolico in cui confrontarsi, ascoltare e costruire. Tra i relatori, Giuseppe Riggio ed Elena Granata affronteranno il rapporto tra democrazia, città e partecipazione, cercando di interpretare le trasformazioni in atto nei luoghi della vita collettiva.
Il momento forse più significativo sarà quello di sabato 18 aprile, quando piazza Palazzo di Città si trasformerà in una vera e propria “piazza delle buone pratiche”. Non uno slogan, ma un esperimento concreto: stand, attività gratuite, laboratori teatrali, quiz interattivi e talk aperti – persino sui cosiddetti “tatami erranti” – animeranno la giornata, coinvolgendo cittadini e curiosi.
Qui la partecipazione prende forma. I giovani della Gi.O.C. – Gioventù Operaia Cristiana, insieme al Progetto Policoro, proporranno attività dedicate al lavoro e all’imprenditorialità giovanile. Ma soprattutto, sarà uno spazio in cui le esperienze locali diventano patrimonio condiviso.
Dalla Valle Varaita arriverà l’Associazione CRESCO APS con il progetto di comunità agricola condivisa, mentre dalla Valle d’Aosta sarà presente l’Associazione L’Albero di Zaccheo, impegnata nella ristrutturazione di Casa Zaccheo per accogliere giovani e famiglie in difficoltà. Una presenza tutt’altro che simbolica: racconta un territorio che, pur nelle sue dimensioni ridotte, continua a esprimere esperienze di solidarietà e innovazione sociale.
Accanto a queste realtà, si muoveranno anche le istituzioni ecclesiali e del terzo settore: la Pastorale Sociale della diocesi torinese presenterà le “Piccole Officine Politiche”, mentre la Fondazione Energie di Comunità ETS porterà progetti legati alle comunità energetiche rinnovabili. Non mancheranno esperienze di accoglienza e inclusione, come quelle dell’Associazione Famiglie Accoglienti e della Fondazione Operti.
Il tratto comune? Sono tutte iniziative che nascono dal basso, spesso guidate dai giovani, e che provano a dare risposte concrete a bisogni reali.
E forse è proprio questo il punto più interessante del convegno: non tanto interrogarsi astrattamente sulla crisi della democrazia, quanto mostrare che esistono già pratiche capaci di rigenerarla. Una democrazia meno delegata e più vissuta, meno gridata e più costruita giorno per giorno.
Per chi guarda dalla Valle d’Aosta, l’appuntamento torinese rappresenta anche un’occasione di confronto non banale. Perché il tema della partecipazione, nelle realtà piccole e autonome, è ancora più delicato: da un lato la vicinanza alle istituzioni, dall’altro il rischio di chiusure e autoreferenzialità.
In questo senso, iniziative come questa possono servire a riaprire spazi, a contaminare esperienze e – soprattutto – a rimettere al centro una parola che rischia di diventare retorica: cittadinanza.
La domanda, alla fine, resta aperta. Ma è quella giusta: abbiamo ancora il coraggio di partecipare?





