C’è un momento preciso in cui la sanità pubblica smette di essere un servizio e diventa un problema. Quel momento è quando un cittadino, con in mano un’impegnativa urgente, si sente rispondere che dovrà aspettare mesi. Non giorni, non settimane: mesi. E magari lontano da casa, magari senza alternative. È lì che il diritto alla salute si incrina. Ed è lì che cresce la rabbia.
I numeri diffusi da Cittadinanzattiva non sono semplici statistiche: sono storie, volti, vite sospese. Da gennaio 2026 sono già circa 500 le segnalazioni raccolte dal servizio di tutela. Un flusso continuo che “non accenna a diminuire”, segno evidente di una criticità strutturale, non più emergenziale. Le lamentele sono sempre le stesse: tempi incompatibili con le priorità cliniche, agende chiuse, offerte sanitarie lontane dal domicilio. Una fotografia che, mese dopo mese, si fa sempre più nitida e preoccupante.
E non si tratta più solo delle regioni storicamente in difficoltà. Il fenomeno si estende, si allarga, contagia anche i territori considerati virtuosi. Un livellamento verso il basso che dovrebbe far riflettere, e invece troppo spesso viene ignorato o minimizzato.
“Le segnalazioni dei cittadini non accennano a diminuire. Chiediamo dati certi e una fattiva collaborazione fra tutti i livelli istituzionali”, è il grido che arriva da Cittadinanzattiva. Un grido che non è solo denuncia, ma anche proposta. Perché se è vero che il sistema arranca, è altrettanto vero che i cittadini stanno acquisendo maggiore consapevolezza dei propri diritti. Sempre più persone sanno, ad esempio, che in caso di indisponibilità nei tempi previsti possono richiedere la prestazione in intramoenia pagando solo il ticket. Una conquista importante, ma che non può diventare la normalità.
Anche in Valle d’Aosta, dove la dimensione territoriale dovrebbe rappresentare un vantaggio, le criticità non mancano. Anzi. Il rischio, in una realtà piccola, è che i problemi si amplifichino nel silenzio. Meno rumore, meno attenzione mediatica, ma non meno disagi. Le liste d’attesa si allungano, le risposte tardano, e i cittadini si arrangiano come possono. Spesso pagando. Spesso rinunciando.
“Non possiamo più accettare che i cittadini vengano lasciati soli davanti a questi disservizi”, sottolinea Maria Grazia Vacchina. “Serve trasparenza sui dati, ma soprattutto serve responsabilità. La sanità è un diritto, non una lotteria”.
Parole che pesano, e che chiamano in causa direttamente le istituzioni. Perché il punto è proprio questo: la mancanza di coordinamento, di visione comune, di assunzione di responsabilità condivisa. La stessa Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva, richiama con forza la necessità di una “fattiva collaborazione fra tutti i livelli istituzionali”. Un passaggio tutt’altro che scontato, soprattutto in un contesto in cui cresce la richiesta di maggiore autonomia regionale.
E qui il tema diventa inevitabilmente politico. Perché senza una regia nazionale forte e una cooperazione leale tra Stato e Regioni, il rischio è quello di una sanità a macchia di leopardo, dove il diritto alla cura dipende dal codice di avviamento postale. Un’Italia divisa, dove le disuguaglianze non solo persistono, ma si aggravano.
La promessa della piattaforma nazionale per il governo delle liste d’attesa, attesa entro giugno, rappresenta un banco di prova decisivo. Ma da sola non basterà. Servono dati pubblici, aggiornati, leggibili. Serve il coraggio di dire la verità ai cittadini. E serve, soprattutto, la volontà politica di intervenire davvero.
Perché continuare a rimandare significa accettare che il diritto alla salute resti sospeso. E questo, semplicemente, non è più tollerabile.





