ECONOMIA - 09 aprile 2026, 12:00

Remigrazione o inflazione: il paradosso che nessuno vuole spiegare

La retorica della remigrazione promette più lavoro e prezzi più bassi, ma ignora un nodo fondamentale: senza manodopera a basso costo aumentano salari e inflazione. Il vero problema non sono gli immigrati, ma un sistema economico che si regge sul lavoro sottopagato

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Nel dibattito pubblico italiano la parola “remigrazione” è diventata una sorta di passe-partout politico: uno slogan che promette di risolvere problemi complessi con un gesto netto, riportare gli immigrati “a casa loro” per restituire lavoro agli italiani, abbassare i prezzi, ridurre le tasse e aumentare la sicurezza.

L’invito a scendere in piazza per rispedire a casa gli immigrati è diventato il mantra di una certa destra ben conosciuta.

Quattro promesse che, prese singolarmente, parlano alla pancia del Paese ma che, messe insieme, entrano in collisione con la realtà economica. Per capirlo basta osservare uno dei settori più fragili e strategici dell’economia nazionale: l’agricoltura.

Una parte consistente della produzione italiana si regge su manodopera straniera sottopagata, spesso impiegata per 3 o 4 euro l’ora, in condizioni che numerose inchieste hanno definito borderline rispetto alla legalità. È un sistema che nessuno rivendica apertamente, ma che permette di mantenere bassi i prezzi al supermercato e di garantire un’offerta costante di prodotti freschi a costi accessibili.

Se questa manodopera sparisse improvvisamente, come alcuni auspicano, il primo effetto sarebbe un aumento dei salari necessari per convincere lavoratori italiani ad accettare mansioni faticose, stagionali e scarsamente tutelate. Nessuno può vivere con 3 euro l’ora: il costo del lavoro dovrebbe quindi salire sensibilmente.

Ma se aumentano i salari, aumentano i prezzi. Se vuoi prezzi bassi, devi comprimere i salari. Se espelli la manodopera a basso costo, devi accettare un’inflazione alimentare importante. È una dinamica elementare, non un’opinione.

Il pomodoro che oggi costa 1,50 euro potrebbe arrivare a 3 euro. La frutta raddoppierebbe. La verdura seguirebbe la stessa traiettoria. In un Paese dove molte famiglie faticano già oggi a riempire il carrello, l’impatto sarebbe immediato e pesante.

E non si tratta solo di agricoltura: logistica, edilizia, assistenza familiare, ristorazione e una parte del manifatturiero dipendono da manodopera straniera che accetta condizioni che la maggior parte dei lavoratori italiani rifiuterebbe.

La promessa di “più lavoro per gli italiani” si scontra quindi con un paradosso: per rendere quei lavori accettabili bisognerebbe aumentarne salari e tutele, con un effetto diretto sui prezzi finali e sui costi per le imprese.

A quel punto, per evitare che l’aumento dei prezzi ricada sulle famiglie, servirebbero più sussidi, più detrazioni, più interventi pubblici. Il che significa, inevitabilmente, più tasse. Il cerchio non si chiude, almeno non nel modo in cui viene raccontato.

Il vero nodo non è la presenza degli immigrati, ma un modello economico che da anni utilizza il lavoro sottopagato come ammortizzatore sociale invisibile.

La domanda reale non è se sia meglio avere immigrati sottopagati o prodotti agricoli al doppio del prezzo, ma perché un Paese avanzato abbia bisogno di lavoro semi-schiavile per rendere accessibile il cibo.

La risposta riguarda filiere distorte, margini della grande distribuzione, controlli insufficienti, politiche agricole ferme da decenni e una distribuzione del valore che penalizza chi produce e favorisce chi intermedia. Finché questi nodi non verranno affrontati, ogni slogan resterà una scorciatoia narrativa: efficace sui social, inefficace nella vita quotidiana dei cittadini.

La remigrazione, così come viene proposta, non è una politica economica: è un racconto semplificato che evita di spiegare le conseguenze concrete sulle tasche delle famiglie.

Perché, se davvero si volesse eliminare il lavoro sottopagato, bisognerebbe aumentare i salari, rafforzare i controlli, riformare la filiera, redistribuire i margini della grande distribuzione e investire in innovazione.

Tutte misure complesse, costose e difficili da comunicare. Molto meno attraenti di uno slogan di due sillabe. Eppure è da lì che passa la soluzione, non da un’illusione che rischia di presentare il conto proprio a chi oggi fatica di più.

Vittore Lume-Rezoli

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