Il divario tra stipendi dei docenti e costo della vita continua ad allargarsi, assumendo contorni sempre più preoccupanti anche nei territori apparentemente meno esposti. A lanciare l’allarme è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, attraverso il presidente Romano Pesavento, che richiama l’attenzione su una dinamica ormai strutturale.
«Siamo di fronte a uno squilibrio crescente tra livelli retributivi e costo della vita in Italia», osserva Pesavento, evidenziando come i dati più recenti confermino una frattura territoriale sempre più marcata. Le rilevazioni ISTAT indicano una spesa media mensile delle famiglie tra i 2.700 e i 2.800 euro, con picchi superiori ai 3.000 euro nel Nord Italia.
Un quadro che, secondo il presidente del CNDDU, non restituisce neppure pienamente la realtà: «Questi valori medi non bastano a garantire condizioni di vita dignitose, soprattutto nelle aree urbane dove il costo dell’abitare incide in modo determinante».
Le analisi di mercato confermano infatti un aumento significativo dei costi nelle principali città italiane, con affitti sempre più elevati e spese complessive che, tra Milano, Roma e altre realtà del Centro-Nord, possono superare facilmente i 2.500 euro mensili per una persona sola.
In questo contesto, gli aumenti previsti dal nuovo contratto nazionale 2026–2027 appaiono insufficienti. «Gli incrementi tra i 70 e i 100 euro mensili rappresentano un segnale, ma non risolvono il problema», sottolinea Pesavento. «Gli stipendi netti dei docenti restano tra i 1.500 e i 1.900 euro, ben al di sotto del fabbisogno reale».
Una condizione che rischia di tradursi in una progressiva erosione del potere d’acquisto. «Per un docente single in una città del Centro-Nord, il reddito non copre più una vita dignitosa», aggiunge. «E per le famiglie monoreddito la situazione diventa ancora più critica».
Il fenomeno assume tratti ancora più problematici per i docenti fuori sede. «In molte città, la spesa per l’alloggio può assorbire tra il 50% e il 70% dello stipendio netto», evidenzia Pesavento. «Siamo di fronte a una forma emergente di povertà professionale che incide sulla mobilità e sulla permanenza nel sistema scolastico».
Una dinamica che non risparmia nemmeno realtà come Aosta. Se è vero che il capoluogo valdostano non raggiunge i livelli delle grandi metropoli, è altrettanto evidente che il costo della vita locale — soprattutto per quanto riguarda gli affitti e alcuni servizi — si colloca su una fascia medio-alta rispetto al contesto alpino. Negli ultimi anni, la pressione turistica e la limitata disponibilità di alloggi hanno contribuito a mantenere elevati i canoni di locazione, rendendo difficile per un docente, in particolare se precario o trasferito da fuori regione, trovare un equilibrio economico sostenibile.
In una città come Aosta, uno stipendio tra i 1.500 e i 1.900 euro può risultare sufficiente solo in condizioni molto contenute, ma diventa rapidamente inadeguato in presenza di affitto, spese energetiche e costo dei servizi. Il rischio concreto è quello di una progressiva perdita di attrattività della professione, anche in territori dove la scuola rappresenta un presidio fondamentale.
Le prospettive future non sembrano rassicuranti. «Le proiezioni indicano che la spesa media familiare potrebbe superare i 3.000 euro mensili nei prossimi anni», avverte Pesavento. «Nel frattempo, la crescita salariale resta inferiore all’inflazione».
Da qui l’appello al Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: «È necessario avviare con urgenza una riflessione strutturale sulle condizioni economiche del personale docente».
Le richieste sono chiare: «Non basta intervenire sugli stipendi. Servono politiche abitative dedicate ai docenti fuori sede e strumenti di riequilibrio territoriale che tengano conto dei reali costi della vita».
Un tema che va oltre la semplice questione salariale. «Garantire condizioni dignitose ai docenti significa investire nel futuro del Paese», conclude Pesavento. «Ignorare questi segnali rischia di compromettere la qualità del sistema scolastico e la sua funzione sociale».
Un monito che, anche in una realtà come la Valle d’Aosta, suona sempre meno teorico e sempre più concreto.





