ATTUALITÀ POLITICA - 07 aprile 2026, 12:00

Caro vita, conflitti globali e il peso nascosto della politica valdostana

Tra inflazione, crisi internazionali e costo dell’energia, le famiglie valdostane fanno i conti con un carico crescente. Ma dietro le difficoltà quotidiane emerge anche il peso di una macchina politica locale ampia e costosa, spesso assente dal dibattito pubblico

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In Valle d’Aosta, sui social e sui giornali, questa preoccupazione è sempre più palpabile. I valdostani la vivono come chiunque altro, con la differenza che abitano in una delle regioni più care d’Italia, dove già in condizioni normali la vita pesa. Ma c’è un capitolo di spesa di cui quasi nessuno parla. Non perché sia segreto: basterebbe una semplice ricerca su internet. Eppure rimane nell’ombra, lontano dal dibattito quotidiano, protetto dall’inerzia e dall’abitudine. Parliamo del costo della politica. Di tutta la politica. E mentre questo tema resta marginale, il dibattito pubblico continua a concentrarsi su ineleggibilità e limiti di mandato, come fossero la cosa più importante.

La Valle d’Aosta è una regione piccola in tutto, tranne che in una cosa: il numero di livelli istituzionali che si è costruita nel tempo. Quando si fa il conto completo — non solo del Consiglio regionale, ma di ogni sigla, ogni ente, ogni organismo con una carica elettiva o nominata — il quadro è, per usare un eufemismo, sorprendente.

Quando una bomba cade in Ucraina, quando le petroliere cambiano rotta nel Mar Rosso, quando in Medio Oriente le frontiere bruciano e i mercati tremano, a migliaia di chilometri di distanza — in una valle alpina, in un appartamento di Aosta, in una casa di Gressan o di Châtillon — una famiglia apre il bollettino del gas e si chiede come farà a fine mese. Il Consiglio Valle conta 35 consiglieri regionali per una popolazione di circa 125.000 abitanti. In Italia la media è di un consigliere ogni 46.000 abitanti; in Valle d’Aosta siamo a uno ogni 3.450: tredici volte la media nazionale.

Ma fermarsi al Consiglio regionale significherebbe raccontare solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie, la macchina politica continua a muoversi con i suoi ingranaggi a tutti i livelli.

Non c’è quasi ambito della vita pubblica valdostana in cui non sia stata creata una struttura con cariche remunerate. La domanda è semplice: quante di queste strutture sono davvero necessarie?

Eccoci al punto cruciale: quanto spende la Valle d’Aosta per la salute dei propri cittadini e quanto, in proporzione, finisce nella macchina politica e burocratica che dovrebbe gestirla?

Sul fronte sanitario, la Valle d’Aosta è in cima alle classifiche italiane — un dato che va riconosciuto. La spesa sanitaria pubblica pro capite è tra le più alte d’Italia: circa 2.704 euro per abitante, contro una media nazionale di 2.329 euro. La regione si colloca al terzo posto, preceduta solo dalle Province autonome di Bolzano e Trento. Sul fronte della spesa sanitaria privata pro capite è addirittura prima in Italia, con 919 euro contro i 604 della media nazionale.

I numeri raccontano una storia precisa: la Valle d’Aosta investe bene nella sanità — ed è un merito reale — ma investe ancora di più in se stessa, in un apparato politico-istituzionale sproporzionato rispetto a qualunque parametro ragionevole. La sanità pubblica valdostana vale circa 340 milioni di euro annui; il solo Consiglio regionale ne assorbe quasi 4. Sommando i costi dei 74 Comuni, delle 8 Unité, del BIM, del CPEL, del CELVA e degli enti collegati, la cifra complessiva della macchina politica locale supera agevolmente i 20-25 milioni annui. In una regione di 125.000 persone significa circa 200 euro a cittadino: il solo costo della politica.

Tutto questo avviene mentre, fuori dalla Valle, il mondo cambia a una velocità senza precedenti. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente non sono solo tragedie umanitarie: sono acceleratori di trasformazioni economiche globali. Il prezzo dell’energia, la sicurezza delle catene di approvvigionamento, i flussi migratori, la geopolitica delle materie prime critiche per la transizione energetica: tutto questo tocca direttamente anche una piccola regione alpina.

In questo scenario, una regione autonoma con un bilancio di quasi due miliardi di euro avrebbe tutti gli strumenti per costruire un piano di transizione serio: formazione professionale avanzata, sostegno all’imprenditoria innovativa, politiche abitative per trattenere i giovani, investimenti nelle energie rinnovabili, potenziamento della connettività digitale. Gli strumenti ci sono. Ma vengono usati?

La risposta che emerge dai bilanci è sconfortante: il 79,78% della spesa regionale è corrente, cioè destinata a mantenere la macchina così com’è. Solo il 17,90% è destinato agli investimenti. In un momento in cui il futuro bussa con forza alla porta, la Valle d’Aosta sembra ancora guardare il campanello.

Ogni famiglia valdostana che apre il bollettino dell’energia, che fa i conti al supermercato, che si chiede se riuscirà ad arrivare a fine mese dovrebbe sapere che una parte di quel disagio — non tutta, certo, ma una parte non trascurabile — dipende anche da scelte politiche locali. Dalla scelta di mantenere un apparato istituzionale costoso e autoreferenziale. Dalla scelta di non tagliare dove si potrebbe. Dalla scelta di non investire dove si dovrebbe.

L’autonomia speciale della Valle d’Aosta non è un destino: è uno strumento. Uno strumento potentissimo, che permette a 125.000 persone di gestire quasi due miliardi di euro senza dipendere da Roma. Questo privilegio ha senso solo se viene usato per costruire qualcosa di migliore. Se invece serve a mantenere in piedi una classe politica numerosa e ben retribuita, allora l’autonomia non è un vantaggio per i cittadini: diventa un lusso che i cittadini pagano per altri.

Il sasso è già stato gettato nello stagno. Le onde stanno arrivando. La domanda è: chi, in Valle d’Aosta, le sta davvero osservando, pronto a cambiare rotta? Oppure si preferisce aspettare che l’acqua arrivi fino ai piedi?

Vittore Lume-Rezoli

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