C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa si è rotto. Non gradualmente, non per usura: si rompe di colpo, come un vetro.
Stamattina mi sono collegato a Facebook, come ogni mattina. La solita routine: la posta, i giornali, i social. E poi mi sono fermato.
Prima immagine: fiori. Colori pastello. Auguri di Buona Pasqua. Il classico post primaverile, caldo, rassicurante. La firma di un personaggio politico locale.
Secondo post. Stesso profilo. Pochi minuti dopo.
Cinque, sei persone di colore dietro le sbarre di un carcere. Un’immagine generata dall’intelligenza artificiale: costruita a tavolino, falsa, inesistente, fabbricata con l’unico scopo di instillare paura e ribrezzo. E sopra, a lettere cubitali: “Basta reati stranieri. Scendi in piazza con noi”.
Mi sono fermato a guardare lo schermo. E mi sono vergognato. Non per me. Per noi.
Parliamoci chiaro, senza giri di parole.
Quello che ho visto non è politica. Non è nemmeno propaganda, che almeno ha una sua logica, per quanto cinica. Quello è razzismo. Puro, grezzo, senza nemmeno il pudore di nascondersi.
Un’immagine costruita dall’intelligenza artificiale — uno strumento neutro, potente, che nelle mani sbagliate diventa una macchina per fabbricare odio — che ritrae persone di colore dietro le sbarre come criminali per definizione. Non come individui. Non come esseri umani. Come simboli di un pericolo da combattere. Come nemici da esporre al pubblico, dietro le sbarre, come animali allo zoo.
E questo viene pubblicato da chi si candida a rappresentarci. Da chi chiede il nostro voto. Da chi vorrebbe avere voce in capitolo sulla nostra comunità, sulla nostra Valle.
La Valle d’Aosta non è grande. Ci conosciamo, ci incrociamo, ci salutiamo. Abbiamo una storia di confini aperti, di lingue che si mescolano, di culture che convivono da secoli: il francese, il patois, l’italiano, le comunità walser. Non siamo una fortezza. Siamo un crocevia.
E allora fa ancora più male vedere che proprio qui, in questa terra piccola e dai confini lunghi, qualcuno scelga di costruire muri. Non di mattoni — quelli almeno si vedono — ma di immagini. Di algoritmi addestrati all’odio. Di post programmati per far scattare la paura nel tempo che serve a scorrere il pollice sullo schermo.
Il problema non è solo l’immagine. Il problema è la sequenza.
Prima i fiori di Pasqua — la festa della resurrezione, della misericordia, della pace, se vogliamo darle anche solo un significato culturale. Poi, immediatamente dopo, l’immagine dei “negri in gabbia”. Come se non ci fosse contraddizione. Come se fosse normale. Come se fosse accettabile.
Questa è la banalità del male applicata ai social network. Non serve un mostro per fare danni enormi. Basta un account, una connessione e la disinvoltura di chi non si fa nessuna domanda prima di premere “pubblica”.
Va detto senza eufemismi: chi usa immagini generate dall’intelligenza artificiale per ritrarre persone di una certa razza come criminali non sta “alzando il dibattito sulla sicurezza”. Non sta “difendendo i cittadini”. Sta alimentando un immaginario di odio che ha radici precise nella storia. E quella storia ha prodotto orrori che dovremmo avere ancora negli occhi.
Non esiste una versione presentabile di questo tipo di comunicazione. Non esiste un “però” che regga. Non esiste un contesto che giustifichi.
C’è il diritto — e il dovere — di dirlo chiaramente: questo fa schifo. Fa vergognare. E non si vuole essere rappresentati da chi comunica in questo modo. La Valle non merita questa politica.
La Pasqua, se la si vuole usare come simbolo, parla di rinascita.
Bene. Che sia anche una rinascita civile. Come comunità, come elettori, come persone. Cominciando a pretendere di meglio. Cominciando a dire, senza paura e senza timidezza, che il razzismo non è un’opinione politica.
È solo razzismo. E fa schifo.





