Non è illegale. E proprio per questo è ancora più insidioso.
La decisione di alcuni sindaci del Rassemblement National, il partito guidato da Jordan Bardella e Marine Le Pen, di rimuovere la bandiera europea dai municipi non viola alcuna norma francese. Non esiste infatti, ad oggi, un obbligo giuridico che imponga di esporla sugli edifici comunali. Eppure, fermarsi a questo dato formale sarebbe un errore.
Perché qui non siamo di fronte a una questione amministrativa, ma a un gesto politico carico di significato. Quando un sindaco decide di togliere la bandiera a dodici stelle – simbolo nato dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale per rappresentare riconciliazione, cooperazione e pace – non sta semplicemente “riordinando” una facciata. Sta lanciando un messaggio.
Un messaggio che parla di chiusura, di contrapposizione, di rifiuto di un progetto comune.
Attenzione però a non cadere nella semplificazione opposta: non è “la Francia” che si ribella all’Europa. I casi sono limitati, circoscritti a pochi comuni amministrati dall’estrema destra. Ma proprio per questo diventano ancora più emblematici: sono segnali, esperimenti politici, tentativi di spostare il confine del discorso pubblico.
E qui, Piero, il punto diventa inevitabilmente italiano.
Perché ciò che accade oltre le Alpi non resta mai confinato lì. Le narrazioni anti-europee, la retorica della “sovranità da riprendersi”, l’idea di un’Europa dipinta come entità ostile o “tirannica” non sono nuove nemmeno nel nostro Paese. Anzi, trovano spesso sponde in quella parte della destra italiana che, pur governando dentro le istituzioni europee, continua a strizzare l’occhio a un elettorato euroscettico.
Il rischio non è tanto – o non solo – l’uscita dall’Unione. Il rischio vero è più sottile: svuotarla dall’interno, delegittimarla simbolicamente, trasformarla da spazio politico condiviso a bersaglio permanente.
E allora la bandiera conta. Eccome se conta.
Non perché sia obbligatoria per legge, ma perché rappresenta un patto. Un’idea di Europa che, con tutti i suoi limiti, ha garantito decenni di stabilità e cooperazione in un continente che per secoli si è massacrato da solo.
Quando quella bandiera viene rimossa per scelta politica, il messaggio è chiaro: si vuole rompere quel patto, almeno sul piano simbolico. E i simboli, nella storia europea, non sono mai neutri.
Non si tratta di fare allarmismo, ma di riconoscere una traiettoria. Oggi si tolgono bandiere. Domani si mettono in discussione i fondi europei, le regole comuni, i principi condivisi. È una china già vista, e non porta mai in una direzione rassicurante.
Per questo la vicenda francese non va liquidata come folklore locale. È un campanello d’allarme. E chi, in Italia, gioca con le stesse parole d’ordine dovrebbe essere osservato con attenzione.
Perché l’Europa si può criticare, cambiare, migliorare. Ma smontarla pezzo dopo pezzo, iniziando dai simboli, è un’altra cosa. E la storia insegna che certe operazioni cominciano sempre così: in modo apparentemente innocuo, quasi banale.
Poi, quando ci si accorge della direzione presa, è già troppo tardi.





