C’è un numero che più di tutti fotografa la gravità della situazione: 180 cavalli risultati positivi al doping in Italia tra il 2022 e il 2025. Ma il dato che fa davvero scattare l’allarme è un altro: circa il 10% di questi animali risulta ancora, nel 2026, destinato alla produzione alimentare.
A far emergere questo quadro inquietante è l’organizzazione Animal Equality Italia, che ha incrociato i dati ufficiali del Ministero dell’Agricoltura e del Servizio Veterinario, portando alla luce falle evidenti nel sistema di controllo e tracciabilità.
Non si tratta di episodi isolati. Secondo l’analisi, i cavalli positivi ai test antidoping sarebbero solo la punta dell’iceberg, visto che i controlli vengono effettuati a campione e su una platea limitata, spesso concentrata sugli animali da competizione.
Le sostanze rilevate non sono banali: si va da antinfiammatori come fenilbutazone e flunixin, fino a stimolanti come la caffeina. Ma il dato più inquietante riguarda la presenza di sostanze vietate o illegali, tra cui cocaina e dermorfina, un oppiaceo estremamente potente.
E qui emerge il cortocircuito: alcuni cavalli risultati positivi a queste sostanze non sono stati esclusi tempestivamente dalla filiera alimentare, rimanendo registrati come DPA (destinati alla produzione alimentare) anche per anni.
Tra le situazioni segnalate:
- cavalli positivi alla dermorfina ancora classificati come idonei alla filiera alimentare;
- casi di positività a metaboliti della cocaina non seguiti da immediata esclusione;
- ritardi nei provvedimenti, come un animale positivo nel 2025 rimosso solo nel 2026.
A questo si aggiungono buchi informativi e incongruenze nei database, soprattutto per cavalli provenienti dall’estero, che rendono ancora più fragile il sistema di controllo.
Il caso è arrivato fino alla Camera grazie all’onorevole Carmen Di Lauro, che ha presentato un’interrogazione al Ministero della Salute chiedendo chiarimenti urgenti.
Nel suo intervento, ha sottolineato un punto cruciale: i controlli attuali non garantiscono una copertura efficace e diffusa, lasciando ampi margini di rischio sia per il benessere animale sia per la sicurezza alimentare.
Intanto, in Parlamento restano ferme diverse proposte di legge per vietare la macellazione degli equidi, presentate da esponenti di vari schieramenti politici. Un segnale che il tema, al di là delle appartenenze, sta diventando sempre più trasversale.
Durissimo il commento di Matteo Cupi, che parla apertamente di criticità strutturali: “La filiera della carne di cavallo in Italia è tutt’altro che un’eccellenza ultra controllata”.
L’associazione denuncia da tempo un sistema segnato da:
- normative lacunose;
- controlli insufficienti;
- lunghi trasporti degli animali;
- casi di macellazione illegale.
E rilancia una posizione netta: l’abolizione della macellazione equina come unica soluzione efficace.
A sostenere questa battaglia ci sono anche i cittadini: oltre 250mila firme raccolte in una petizione promossa proprio da Animal Equality Italia per chiedere lo stop alla macellazione dei cavalli.
Un numero che pesa politicamente e che potrebbe riaprire il dibattito in Commissione Agricoltura, dove da tempo giacciono le proposte di legge.
Qui non siamo davanti a una semplice questione di benessere animale, ma a un nodo che tocca la sicurezza alimentare, la trasparenza dei controlli e la credibilità delle istituzioni.
Se anche solo una parte di questi dati fosse confermata nella sua interezza, il sistema mostrerebbe falle difficili da giustificare.
E la domanda, a questo punto, è inevitabile: quanti altri casi sfuggono ai controlli?





