C’è un passaggio, più di altri, che fotografa il senso di fine mandato di un direttore generale: quando si tirano le somme, ma soprattutto quando si sceglie a chi dire grazie. E nel caso di Massimo Uberti, il destinatario non è solo interno al sistema sanitario, ma chi quel sistema lo racconta ogni giorno.
Con una lettera indirizzata ai direttori e ai caporedattori delle testate giornalistiche, Uberti ha voluto chiudere i suoi quasi cinque anni alla guida dell’Azienda USL della Valle d’Aosta con un messaggio che è insieme riconoscimento e monito. «Vi scrivo oggi […] per ringraziarVi del lavoro quotidiano che svolgete», esordisce, chiarendo subito il tono: «il mio grazie quindi non è rituale, è […] un ringraziamento sentito».
Un passaggio tutt’altro che formale, che arriva in un contesto – quello della sanità valdostana – attraversato negli ultimi anni da tensioni, critiche e inevitabili difficoltà. Uberti, però, sceglie di sottolineare il valore del ruolo giornalistico: «ho avuto la possibilità di apprezzare la professionalità, l’onestà intellettuale e la capacità di fungere da stimolo anche attraverso la critica del sistema».
Non è un elogio generico. È piuttosto il riconoscimento di una funzione precisa: quella di contribuire, attraverso l’informazione, alla qualità del dibattito pubblico. «Per la sanità pubblica infatti il Vostro è un contributo importante per divulgare con correttezza lo stato della stessa», scrive, invitando esplicitamente a raccontare «i suoi progressi ma anche le sue criticità, con onestà e competenza».
Nel messaggio emerge con chiarezza anche la consapevolezza della complessità del sistema sanitario. Uberti lo dice senza giri di parole: «il nostro mondo è complesso e […] non è semplice comprenderne i meccanismi». Ed è proprio qui che, a suo avviso, si gioca la centralità del giornalismo oggi: «lungi dall’essere una professione obsoleta per effetto dei social, è diventata […] una professione ancora più determinante».
Un’affermazione che suona quasi come una presa di posizione in un’epoca in cui l’informazione è sempre più frammentata. Ma il passaggio più politico – nel senso pieno del termine – è quello che riguarda il futuro della sanità pubblica. Uberti non nasconde le difficoltà: cambiamenti demografici, innovazione tecnologica, sostenibilità economica, ma anche «lentezze e colpe del sistema pubblico».
Eppure, accanto a queste criticità, individua un rischio ancora più profondo: «la sanità pubblica […] è minacciata dai forti interessi economici per la sua sostituzione con un sistema privato lucrativo». Un’accusa che chiama in causa dinamiche più ampie, dove la critica al pubblico può diventare – «per eterogenesi dei fini» – uno strumento per indebolirlo.
È qui che arriva il cuore del messaggio rivolto ai giornalisti: «la capacità di approfondire […] rappresenta il discrimine fra una critica costruttiva e una denuncia strumentale». E ancora, in modo netto: «solo Voi potete garantire questa differenza».
Il finale è una dichiarazione che ha il peso di una sintesi, ma anche di una presa di posizione culturale: «Il sistema sanitario pubblico è un traguardo di civiltà». Non solo. Uberti lo dice con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: «si può vivere anche senza Servizio sanitario nazionale, vivendo però peggio e meno a lungo».
Parole che, lette dal territorio valdostano, assumono un significato particolare. In una realtà di dimensioni contenute, dove il rapporto tra cittadini, istituzioni e informazione è diretto, il ruolo del racconto giornalistico diventa ancora più decisivo.
Il saluto di Uberti non è dunque solo un congedo. È un passaggio di testimone implicito: dalla gestione della sanità alla responsabilità di raccontarla. Con equilibrio, certo. Ma anche con la consapevolezza che, oggi più che mai, informare significa incidere.





