Due cime spettacolari tra Alpi Cozie e Pennine condividono nome e forma iconica: itinerari accessibili ma da non sottovalutare, tra panorami d’alta quota e suggestioni che rimandano al celebre monolite brasiliano.
L’appellativo “Pan di Zucchero”, che significa in portoghese (lingua parlata anche in Brasile) “colle alto”, nasce dal picco più celebre che ha dato origine a questo nome per identificare montagne simili per morfologia e aspetto monolitico. Si tratta, appunto, del rilievo situato a Rio de Janeiro, in Brasile, su una penisola che si estende da un estremo della baia di Guanabara verso l’oceano Atlantico.
Questo rilievo è solo uno dei numerosi monoliti che si elevano dal livello del mare o in media e alta montagna un po’ in tutto il pianeta e che condividono questo nome. Anche in Italia vi sono molte montagne chiamate così. Per rimanere alle Alpi Cozie e Pennine, a noi più vicine, due sono le cime con questo appellativo tra le più significative e spettacolari.
Il primo “Pan di Zucchero” (3.208 m), di una certa importanza e a noi vicino, si trova nei pressi del Colle dell’Agnello (2.748 m), valico alpino delle Alpi Cozie nonché secondo valico automobilistico più alto d’Italia, raggiungibile in auto, situato in Val Varaita e accessibile da Dronero e Pontechianale.
Dopo aver parcheggiato l’auto a lato della strada si imbocca il sentiero che sale alla cima, una delle più visitate delle Alpi Cozie per il panorama che si gode nelle giornate terse e per la brevità dell’ascesa dal colle: 461 metri di dislivello, circa 1 ora e 15 minuti, difficoltà EE.
Anche se non alpinistica, questa cima non va sottovalutata per il ripido pendio finale, da evitare in presenza di ghiaccio residuo o neve. Si presenta slanciata e spettacolare, soprattutto se osservata dal valico. Si sale seguendo una traccia ben marcata dal versante francese, che conduce inizialmente a una conca detritica soprannominata “Le Camp Espagnol” (2.869 m).
Da qui ci si mantiene sulla destra di salita (sinistra orografica) fino a raggiungere la base della montagna. Proseguendo sull’altro versante, il sentiero, molto ben segnalato, scende al lago Foréant (2.618 m), meta ideale per escursionisti che desiderano un itinerario più tranquillo (circa 2 ore andata e ritorno).
Per salire in cima al Pan di Zucchero dalla via normale (EE), dopo lo spartiacque in direzione nord-est si prende la traccia che taglia a mezzacosta verso il Col Vieux, seguendo la linea che risale il ripido pendio di sfasciumi fino alla croce e al grande ometto di vetta.
Periodo consigliato: da luglio a ottobre.
Il secondo “Pan di Zucchero”, o “Pain de Sucre”, si trova salendo al Gran San Bernardo (2.919 m), nelle Alpi Pennine. La difficoltà è EE (escursionisti esperti), con esposizione nord-ovest e quota di partenza a 2.356 m (parcheggiando circa 2 km sotto il valico). Il dislivello complessivo è di 563 metri.
Si tratta di una bellissima piramide rocciosa, di grande impatto estetico, che appare quasi inscalabile per un effetto ottico: la via di salita non è visibile dal punto di partenza, poiché l’accesso alla via normale si trova sul retro, oltre un colletto.
La via normale prevede di salire in auto da Aosta lungo la strada del Gran San Bernardo fino alla località Montagna Baus, circa 2 km prima del colle. Da qui si segue per circa 20 minuti il sentiero ben segnato verso la Fenêtre du Ferret, fino all’attraversamento di un torrente.
Si prosegue poi a sinistra su un buon sentiero che conduce a una cava d’ardesia abbandonata, in un ampio vallone. Da questo punto il percorso non è più obbligato: si superano alcuni dossi erbosi e si risale, sulla destra, un canale nevoso o detritico fino alla sella tra il Mont Fourchon (facoltativo, con circa mezz’ora in più) e la cuspide finale del Pain de Sucre.
Dalla sella, puntando verso sinistra, si sale senza difficoltà alla vetta su detriti e rocce rotte (circa 1 ora e 45 minuti). È consigliabile legare eventuali escursionisti soggetti a vertigini nel tratto finale, poiché l’accesso alla cima avviene sul lato più esposto.
Il ritorno si effettua lungo lo stesso itinerario.
Cari amici lettori,
scrivere queste righe non è facile. Chi mi segue da tempo sa che ogni settimana, quasi come un appuntamento tra compagni di cordata, ho cercato di proporvi un itinerario, un’idea di cammino, una traccia tra sentieri di montagna pensata soprattutto per chi, per diversi motivi, ha bisogno di percorsi un po’ speciali. Percorsi più lenti, più umani, più attenti alle fragilità della memoria e della vita.
Negli anni questa rubrica è diventata per me molto più di uno spazio dedicato all’escursionismo. È stata una conversazione continua con voi. So che molti di voi non si limitano a leggere: stampano gli itinerari, li raccolgono, li conservano come piccole mappe personali. Alcuni mi hanno confidato che li tengono nello zaino quando partono per una gita, altri li condividono con amici e familiari. Sapere che quei percorsi – spesso non “standardizzati”, non sempre reperibili altrove – hanno accompagnato i vostri passi è stato per me un regalo immenso.
Per questo motivo oggi sento il bisogno di parlarvi con sincerità.
Il tempo, che in montagna insegna sempre la pazienza, chiede anche a noi di rallentare il passo. Gli anni sono diventati settantanove e la preparazione di un itinerario completo, come ho sempre cercato di fare per voi, richiede energie, attenzione e tempo che non sempre riesco più a garantire con la stessa regolarità di prima.
Così ho preso una decisione che mi costa un po’ di malinconia, ma che sento essere la più giusta: da aprile la rubrica non avrà più una cadenza settimanale, ma mensile.
Non è un addio, e nemmeno un passo indietro. È semplicemente un modo per continuare il cammino insieme senza affanno, mantenendo quella cura e quella qualità che ho sempre cercato di mettere in ogni proposta. Preferisco offrirvi un itinerario al mese, preparato con la stessa passione di sempre, piuttosto che rincorrere le settimane con il rischio di non riuscire a darvi il meglio.
Devo confessarvi che questa decisione non è stata presa da solo. Anche mia moglie, che mi accompagna con pazienza e affetto in questa avventura fatta di montagne, libri e incontri, mi ha fatto capire che forse era arrivato il momento di alleggerire un poco il ritmo. Lei sa bene quanto questo impegno mi aiuti a vivere e a restare in movimento, ma sa anche quanto lavoro ci sia dietro ogni riga che vi scrivo.
Continuerò naturalmente, quando sarà possibile, a condividere con voi notizie, racconti, serate e piccoli momenti di vita legati ai nostri libri e alle attività che, nonostante tutto, riusciamo ancora a portare avanti.
La verità è che la montagna mi ha insegnato una cosa molto semplice: non sempre si sale di corsa. A volte ci si ferma, si guarda il panorama, si riprende fiato… e poi si continua.
Ecco, questo è semplicemente uno di quei momenti.
Dal primo numero di aprile, quindi, “Vita in Ascesa” diventerà un appuntamento mensile. Spero che continuerete ad aspettarlo con lo stesso affetto con cui io continuerò a scriverlo, immaginando che dall’altra parte ci sia ancora una comunità di lettori curiosi, appassionati, magari con lo zaino pronto.
Vi ringrazio davvero, uno per uno, per la compagnia che mi avete fatto in questi anni. Per le lettere, i messaggi, le parole gentili e per il fatto – che ancora mi commuove – che qualcuno abbia deciso di portare con sé i miei itinerari sui sentieri della vita.
Il cammino continua. Solo con un passo un po’ più lento.
Con gratitudine e amicizia,
Lodovico Marchisio
Grazie a Lodovico
Come direttore editoriale di AostaCronaca.it sento il dovere, ma soprattutto il piacere, di aggiungere qualche parola alla lettera che Lodovico Marchisio ha voluto rivolgere ai lettori della rubrica “Vita in Ascesa”.
In questi anni Lodovico non ha semplicemente scritto una rubrica di montagna. Ha costruito, settimana dopo settimana, una piccola comunità di lettori che hanno imparato a camminare con lui, seguendo itinerari spesso fuori dalle guide più battute e pensati con una sensibilità rara: quella di chi conosce la montagna, ma soprattutto conosce le persone.
“Vita in Ascesa” è stata molto più di una proposta escursionistica. È stata una scuola di lentezza, di attenzione e di rispetto per i ritmi della vita. I suoi itinerari non erano solo tracce su una carta topografica: erano inviti a guardare il paesaggio con occhi diversi, a non avere fretta, a ricordarsi che la montagna non è mai una gara ma un incontro.
La decisione di trasformare la rubrica in un appuntamento mensile non cambia affatto il suo valore. Anzi, forse lo rafforza. In montagna, come Lodovico ci ha insegnato tante volte, saper rallentare è spesso il modo migliore per continuare a salire.
Per questo, a nome della redazione e dei tanti lettori che in questi anni hanno seguito con affetto “Vita in Ascesa”, voglio semplicemente dire grazie. Grazie per la passione, per la competenza, per la generosità con cui Lodovico ha condiviso sentieri, idee e pezzi di vita.
Siamo certi che questo cammino continuerà ancora a lungo. Magari con un passo un po’ più lento, ma con lo stesso sguardo curioso e lo stesso amore per la montagna che hanno reso questa rubrica un appuntamento speciale per tanti lettori.
Noi saremo qui ad aspettare il prossimo sentiero. Ovvero il 24 aprile prossimo.
Piero





