Sipario. Tacchi giù. Anzi no: tacchi sempre su, ma fuori scena.
Se ne va così, tra un’inchiesta e una frase destinata ai posteri, la ricca Daniela Santanchè, pezzo grosso di FRatelli d'Italia, ministra che ha trasformato l’Aula in una passerella e la politica in una questione di centimetri — non di statura istituzionale, purtroppo.
“Mi invidiate perché sono ricca e porto tacchi da 12 centimetri.”
Una frase che, più che respingere una mozione di sfiducia, ha centrato un altro bersaglio: il senso del limite. Mancato.
Perché vedi, cara ex ministra, qui nessuno misura la credibilità in base all’altezza del tacco o al saldo del conto corrente, anche sei indagata per questioni di bilanci. La politica — quella vera — non è un red carpet, non è un reality e nemmeno un profilo Instagram con filtro lusso attivo.
È fatica, responsabilità, trasparenza. Parole poco glamour, certo. Ma decisamente più solide di qualsiasi plateau.
Il problema non è essere ricchi. Non è nemmeno vestirsi bene o svettare sopra gli altri — letteralmente. Il problema è pensare che basti quello. Che basti un’alzata di sopracciglio (e di tacco) per archiviare dubbi, polemiche, inchieste.
Spoiler: non basta.
E così, tra applausi forzati e imbarazzi reali, cala il sipario su una stagione in cui il turismo istituzionale ha rischiato di diventare turismo giudiziario.
Restano le domande. E una certezza: la credibilità non si compra, non si indossa e soprattutto non si misura in centimetri.
Al massimo, si perde. Anche senza scendere dai tacchi.
Le Sentinelle del Tombino osservano. E, stavolta, senza bisogno di alzare lo sguardo.





