Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della Magistratura si chiude con una bocciatura netta: il “No” si impone con il 53,56% dei voti, a fronte di un’affluenza del 58,93%. Un risultato che segna uno stop significativo per una riforma che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe dovuto incidere in profondità sull’assetto della giustizia italiana.
Secondo l’analisi di YouTrend per Sky Tg24, il “No” ha prevalso in quasi tutte le fasce d’età, con una sola eccezione: tra gli elettori tra i 50 e i 64 anni, dove ha invece vinto il “Sì”. A trainare la bocciatura sono stati soprattutto i più giovani, con il picco nella fascia tra i 35 e i 49 anni.
Le motivazioni del voto contrario appaiono articolate. Il 61% degli elettori ha dichiarato di aver votato “No” per non modificare la Costituzione, mentre il 39% ha espresso contrarietà al sorteggio del Csm. Un ulteriore 31% ha interpretato il voto come un segnale di opposizione al governo, e il 27% ha respinto l’ipotesi di divisione del Consiglio superiore della magistratura. Più contenute, ma comunque significative, le percentuali legate al rifiuto dell’Alta Corte (17%), all’indicazione dei partiti (7%) e alla separazione delle carriere (4%).
Per il movimento Valle d’Aosta Futura, l’esito referendario rappresenta “una risposta larga, composita, diffusa, capace di attraversare territori e sensibilità diverse”. Una bocciatura che, secondo il Coordinamento, assume un valore politico preciso: “ha dato un segnale serio: una parte dell’elettorato non si lascia più convincere da riforme presentate come risolutive e poi percepite come divisive e identitarie”.
Nel mirino del movimento anche il clima che ha accompagnato la consultazione. “Troppo forte è stata la politicizzazione: il referendum sulla riforma costituzionale è stato trasformato in una battaglia politica, usato come terreno di scontro, piegato alla logica della propaganda e del consenso”, si legge nella nota.
Interessante, inoltre, il voto degli italiani all’estero, dove – sottolinea Valle d’Aosta Futura – “è emersa una sensibilità meno condizionata dalle dinamiche più polarizzate del dibattito interno”. Un elemento che, secondo il movimento, “indica come, al di fuori delle contrapposizioni più rigide, esista uno spazio per una riflessione meno ideologica sul funzionamento della giustizia”.
Il dato sull’affluenza, vicino al 60%, viene letto con “cauto ottimismo”: “può essere interpretato come un crescente desiderio di riappropriarsi del potere decisionale”, anche se resta aperta la domanda se si sia trattato di una reale partecipazione o di “una prova di forza tra sostenitori e oppositori del governo”.
Lo sguardo è già rivolto al futuro, in particolare alle elezioni politiche del 2027, che potrebbero chiarire la portata di questo segnale elettorale.
Ma è sul piano politico generale che arriva l’affondo più duro. “La destra e la sinistra di oggi sono un’alternanza senza alternativa ed entrambe sono subordinate all’ordine capitalistico e neoliberale”, afferma Valle d’Aosta Futura, che giudica “urgente la sostituzione dell’attuale classe politica regionale e nazionale”.
Da qui l’appello all’organizzazione: “Occorre rimboccarsi le maniche e darsi una rappresentanza politica adeguata. Senza una presenza chiara nei luoghi della decisione – a partire dal Parlamento – la domanda di cambiamento rischia di restare senza voce e senza capacità di incidere”.
Infine, una stoccata al sistema giustizia nel suo complesso: “Le contrapposizioni partigiane, le reazioni imbarazzanti della politica e l’esultanza da stadio della Magistratura non risolvono la profonda crisi strutturale della giustizia italiana”, denunciando lentezza dei processi, carenza di personale, strutture inefficienti, costi elevati e una normativa complessa che continua a ostacolare l’efficienza e la certezza del diritto.
Un referendum chiuso, dunque, ma un dibattito tutt’altro che archiviato.





