C’è un passaggio, spesso sottovalutato, che distingue la politica fatta nei palazzi da quella che prova davvero a incidere nella vita delle persone: l’audizione. E quella di Cittadinanzattiva sul disegno di legge A.C. 2789 sui caregiver, davanti alla Commissione Affari sociali della Camera, è stata tutto fuorché un atto formale.
È stata, piuttosto, una presa di parola netta, documentata e — per certi versi — scomoda.
A dirlo senza giri di parole è stata Isabella Mori, responsabile tutela dell’associazione, che ha parlato di un provvedimento che “tradisce le aspettative, burocratizza la fatica dei caregiver e lo isola nel suo ruolo”. Parole pesanti, che arrivano dopo mesi di lavoro nel Tavolo tecnico interministeriale e che suonano come un atto d’accusa: molte delle istanze emerse sono rimaste fuori dal testo.
Il nodo centrale è chiaro: il rischio di trasformare un diritto universale — quello alla cura e al riconoscimento di chi la garantisce — in un sistema rigido, selettivo e, di fatto, escludente.
Durante l’audizione, Cittadinanzattiva ha smontato pezzo per pezzo l’impianto del ddl, evidenziando quattro criticità che delineano una vera e propria “gerarchia della cura”. Il vincolo della convivenza o della distanza (con il limite dei 25 chilometri), quello della parentela, l’esclusione dei caregiver minorenni e la cosiddetta “trappola della povertà” — con un sostegno economico limitato e subordinato a requisiti stringenti — finiscono per restringere drasticamente la platea dei beneficiari.
Una fotografia che stride con la realtà quotidiana: fatta di reti informali, di figli, amici, vicini di casa che si fanno carico della fragilità altrui senza orari né confini amministrativi.
Non a caso, insieme all’associazione CARER, sono stati presentati emendamenti puntuali e concreti. Tra le proposte: una definizione più inclusiva di caregiver, il riconoscimento dei legami affettivi anche non familiari, l’introduzione di indicatori multidimensionali per valutare il carico assistenziale, un fondo statale dedicato alle Regioni per garantire servizi reali — informazione, sollievo, supporto psicologico — e interventi su scuola e lavoro per evitare che la cura diventi una condanna all’isolamento.
Il messaggio è chiaro: così com’è, il disegno di legge rischia non solo di essere insufficiente, ma addirittura peggiorativo rispetto a normative regionali già più avanzate, oltre a entrare in contraddizione con la riforma della non autosufficienza.
Ed è qui che l’audizione assume un valore politico più ampio. Non è solo una critica tecnica, ma un richiamo al metodo. Alla necessità di ascoltare davvero chi vive ogni giorno il peso della cura.
Un richiamo che trova eco anche a livello territoriale. “Noi sempre per la pratica della democrazia nel quotidiano, per tutti e per ciascuno”, sottolinea Maria Grazia Vacchina, rilanciando il senso più profondo dell’impegno civico: dare voce a chi spesso resta invisibile.
Perché, alla fine, il punto è tutto lì. Si può scrivere una legge sui caregiver senza i caregiver? Si può normare la cura senza comprenderne la complessità?
L’audizione di Cittadinanzattiva prova a rimettere al centro proprio questo: la realtà, prima della norma. E la dignità, prima della burocrazia.
Ora la palla passa al Parlamento. E stavolta, forse, non basterà ascoltare. Servirà cambiare davvero.





