FEDE E RELIGIONI - 24 marzo 2026, 08:00

Dani Dayan: ricordare e onorare l’Olocausto per combattere l’antisemitismo

Il presidente dello Yad Vashem ricevuto da Papa Leone XIV: “La memoria della Shoah è uno strumento essenziale contro l’odio. L’antisemitismo non va spiegato, va combattuto”

Dani Dayan: ricordare e onorare l’Olocausto per combattere l’antisemitismo

Dani Dayan è il presidente dello Yad Vashem, il Centro mondiale per la memoria dell’Olocausto. Già console generale di Israele a New York, ha ricoperto diversi ruoli istituzionali e vanta anche una carriera imprenditoriale.

Ieri è stato ricevuto da Papa Leone XIV in Vaticano, accompagnato dall’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Yaron Sideman. Lo abbiamo incontrato poco dopo l’udienza.

Ha appena incontrato Papa Leone XIV: di cosa avete parlato?

«Ho appena terminato un colloquio molto, molto interessante con il Papa. Abbiamo parlato principalmente di due questioni: la memoria storica e la necessità di ricordare e conoscere l’Olocausto. Non solo per il bene della storia, ma anche per il presente e il futuro, per assicurarci che un’atrocità simile non possa ripetersi, né contro il popolo ebraico né contro nessun altro popolo.

Abbiamo affrontato anche il tema dell’antisemitismo, che purtroppo sta rialzando la testa in tutto il mondo. E credo che le due cose siano interconnesse: conoscere, ricordare e onorare l’Olocausto è uno degli strumenti fondamentali per combattere l’antisemitismo».

Crede che, in questo periodo, la politica israeliana possa alimentare l’antisemitismo? È un rischio?

«No, non credo. L’antisemitismo non deve essere giustificato con pretesti. È intolleranza, è razzismo ed è completamente indipendente da qualsiasi cosa Israele faccia o non faccia.

Lo vediamo chiaramente oggi: in molti contesti l’antisemitismo è diventato una sorta di lingua franca tra estremisti di ogni tipo — di sinistra, di destra, religiosi, islamisti e altri ancora.

Si odiano su tutto, ma sull’antisemitismo trovano un terreno comune. È l’unico ambito in cui, per usare una metafora, un estremista di destra può apprezzare un tweet di un estremista di sinistra, e viceversa.

L’antisemitismo non va compreso: va combattuto senza riserve. E su questo punto credo di essere stato pienamente d’accordo con Papa Leone XIV».

Come spiegare ai giovani la differenza tra la politica di uno Stato e il rispetto per la storia di un popolo?

«Sono due piani distinti. Nell’estate del 2022 il presidente americano Joe Biden visitò lo Yad Vashem e lo accolsi personalmente. Nei minuti trascorsi da solo con lui gli dissi che, per capire Israele, bisogna comprenderlo sia come insieme di individui sia come collettività.

L’Olocausto è onnipresente nei nostri pensieri. È sempre lì e, inevitabilmente, influenza ognuno di noi.

Detto questo, politica e memoria dell’Olocausto sono due cose completamente diverse. La necessità di ricordare la Shoah è triplice: riguarda il futuro, perché dobbiamo costruire un mondo libero dal fanatismo e dal genocidio; riguarda il presente, perché vediamo riemergere l’antisemitismo; e riguarda il passato, perché abbiamo un debito verso le vittime.

Sei milioni di ebrei, uccisi dalla Germania nazista e dai suoi collaboratori, meritano di essere ricordati. Meritano che si conosca tutto ciò che hanno vissuto. È un debito che dobbiamo onorare».

I pontefici hanno spesso visitato lo Yad Vashem. Esiste un rapporto speciale tra il popolo ebraico e la Chiesa cattolica?

«Alcune visite dei pontefici allo Yad Vashem sono state tra le più significative a cui abbiamo assistito.

Ho donato a Papa Leone XIV un dipinto del pittore ebreo Karol Deutsch. Durante la Shoah dipinse per sua figlia 99 scene bibliche. Il quadro che ho scelto richiama il versetto “Adamo, dove sei?” della Genesi.

“Adamo” in ebraico indica sia la prima persona sia l’essere umano. Questo richiama una domanda posta anche da Papa Francesco durante la sua visita allo Yad Vashem: dov’era l’umanità durante la Shoah?

Quella riflessione, uno dei discorsi più importanti mai pronunciati allo Yad Vashem, è riportata anche nel dono che ho fatto al Pontefice.

Credo che queste visite abbiano un’importanza storica. Spero che Papa Leone XIV possa recarsi allo Yad Vashem in un futuro non troppo lontano».

Parliamo di pace: cosa possono fare i credenti per costruirla?

«Desiderarla profondamente e agire per realizzarla. Conoscere la Shoah è una delle motivazioni più forti per comprendere che la pace è un imperativo.

Un tempo pensavo, ingenuamente, che dopo la Seconda guerra mondiale e dopo l’Olocausto non ci sarebbero state più guerre né antisemitismo. Purtroppo non è stato così.

Dobbiamo impegnarci di più, tutti, perché questo diventi realtà».

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