C’è qualcosa di profondamente educativo in questa fase della politica italiana. Un corso accelerato, gratuito e senza bisogno di iscrizione: “Come restare in piedi mentre tutto intorno scricchiola”.
E gli allievi sono tanti. Alcuni resistono, altri cedono. Altri ancora fanno finta di niente, che è sempre la strategia più collaudata.
Partiamo dagli ultimi caduti — perché sì, qui si cade, ma con stile istituzionale: Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusi Bartolozzi. Dimissioni. Quelle vere. Quelle che fino a ieri sembravano un reperto archeologico della Prima Repubblica, tipo le cabine telefoniche o il senso del limite.
Naturalmente, nessuno ha “colpa”. Ci mancherebbe. Però, a un certo punto, la pressione diventa tale che anche il più convinto sostenitore del “non mi muovo nemmeno con le ruspe” inizia a guardare la porta con interesse.
E mentre qualcuno esce di scena, altri restano saldamente al loro posto. Con una certa disinvoltura, bisogna dirlo.
Prendiamo il quartetto istituzionale finito sotto i riflettori: Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. Un’indagine che sfiora il cuore dell’azione di governo. Una di quelle situazioni che, in altri tempi (o in altri schieramenti), avrebbero scatenato conferenze stampa indignate, richieste di dimissioni, appelli alla morale pubblica.
Oggi no. Oggi si spiega, si chiarisce, si minimizza. E soprattutto si resta.
Poi c’è il caso più… diciamo “strutturato”: Daniela Santanchè. Qui non siamo più nel campo dell’episodio, ma della serialità. Un po’ come le serie tv: una stagione tira l’altra, con nuovi sviluppi, nuovi capitoli, nuovi colpi di scena giudiziari. E il pubblico che, puntata dopo puntata, si chiede: ma questa è l’ultima o c’è già il rinnovo?
Eppure, anche qui, la linea è chiara: resistere. Sempre. Comunque. Perché dimettersi è un gesto nobile, sì, ma anche terribilmente definitivo. E la politica italiana, si sa, ama le sfumature, le sospensioni, i “vediamo come evolve”.
Nel frattempo, il garantismo continua a essere applicato con una precisione chirurgica:
- universale quando riguarda i propri
- opzionale quando riguarda gli altri
Una meraviglia di coerenza elastica.
E allora eccoci al punto: le dimissioni non sono mai un fatto giuridico. Sono un fatto climatico. Arrivano quando la pressione sale, quando l’aria si fa irrespirabile, quando qualcuno — più in alto — decide che è il momento di cambiare volto senza cambiare linea.
Delmastro e Bartolozzi, in questo senso, sono solo gli ultimi interpreti di un copione rodato: uscire per salvare l’essenziale. Che non è la reputazione — quella, al massimo, si aggiusta dopo — ma l’equilibrio del sistema.
Gli altri osservano, calcolano, aspettano. Perché in fondo la vera regola è una sola:
non conta essere dentro o fuori, conta capire quando uscire.
Sipario.
Ma tranquilli: il cast è ancora numeroso. E la stagione è lunga.





