ATTUALITÀ POLITICA - 24 marzo 2026, 12:00

Ma noi in Europa siamo solo idioti o siamo parecchio incapaci?

Abbiamo legato la scarpa destra alla scarpa sinistra e poi ci siamo meravigliati di non riuscire a correre. Mentre tutto il mondo correva, e come correva

Ma noi in Europa siamo solo idioti o siamo parecchio incapaci?

Nel 1997, la Germania era terrorizzata dall’idea che i Paesi europei si mettessero a spendere senza freni. Così impose una regola: nessuno può indebitarsi più del 3% del proprio PIL in un anno. Punto. Firmato, siglato, scolpito nel marmo.

Lo chiamarono Patto di Stabilità e Crescita. La parola «crescita» fu aggiunta dalla Francia, quasi come consolazione. Fin qui tutto bene.

Il problema è che, nel frattempo, il resto del mondo non aveva firmato niente. Gli Stati Uniti spendono quello che vogliono, stampano dollari, finanziano industrie strategiche a colpi di miliardi e non chiedono il permesso a nessuno.

La Cina ha costruito treni, porti, fabbriche e pannelli solari con soldi pubblici a valanga. Il Giappone ha un debito pari al 260% del PIL (più del doppio di quello italiano, che ci fa tremare i polsi) e i mercati continuano a comprargli i titoli di Stato come se fossero caramelle.

Noi, invece, eravamo lì, con il righello, a misurare i decimali del deficit. Responsabilissimi. E lentissimi.

La beffa più grande? Nel 2003, i primi a violare il Patto furono proprio Germania e Francia, le stesse che lo avevano voluto. Deficit oltre il limite per anni di fila. Le sanzioni? Non arrivarono. Perché erano loro.

Se lo avesse fatto la Grecia, avrebbero mandato i commissari. E, in effetti, anni dopo li mandarono.

Poi è arrivato il Covid e il Patto è stato sospeso in tre settimane. Tutti a spendere, deficit al 10%, nessuna sanzione. Dimostrazione pratica che la regola «sacra e inderogabile» si può silenziare quando fa davvero comodo a tutti.

Oggi l’Europa affronta crisi energetica, deindustrializzazione, concorrenza cinese, riarmo, transizione verde. Tutto insieme. E deve farlo con un bilancio sotto tutela, mentre i suoi concorrenti fanno a gara a chi investe di più.

Il Patto è stato riformato nel 2024. È più flessibile, dicono. Meglio calibrato. Ma la domanda rimane: a cosa serve avere i conti in ordine se, nel frattempo, perdi il lavoro, la fabbrica e il futuro?

Possiamo sperare di spendere per la sanità? Per la scuola? E che dire di pensioni da fame?

Nel frattempo, chissà come mai, banche, assicurazioni e aziende energetiche fanno fatturati mai visti.

E la politica? Beh, la politica ci dice: «Ce lo chiede Bruxelles…».

I conti in ordine sono un mezzo. Non un fine. Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarlo anche a Bruxelles.

Vittore Lume-Rezoli

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