Sabato 21 marzo 2026 è una data che non scorderò più. Nella maniera più fuori da ogni logica o canone standard, convinto di essere nel giusto per quel che ho imparato a conoscermi a 79 anni, tento l’esperimento più necessario e utile al mio organismo e al mio temperamento.
E tutto questo proprio quando usavo già il bastone per spostarmi anche in casa o per compiere l’anello di un piccolo ma grazioso parco, “L’Alveare” di Avigliana, che si percorre in 15 minuti. È lì che portiamo abitualmente a spasso la nostra adorabile cagnolina Chery (Pet Therapy).
Mi bloccavo a ogni passo. Una sofferenza anche cardiaca, per lo sforzo di vincere il “freezing”, chiamato anche immobilizzazione tonica, e la “festinazione” nella marcia, conseguente al rallentamento motorio.
Una condizione curata con professionalità dal mio neurologo di fiducia attraverso il “Madopar”, mezza compressa che, dopo un aggiustamento della terapia, assumo quattro volte al giorno. Il merito è della levodopa, componente quasi “miracolosa” che viene trasformata in dopamina nel cervello, compensandone la carenza.
Nei miei ultimi libri riportavo con orgoglio i risultati testati dai medici, che affermavano:
“Lodovico, malato di Parkinson, grazie alla montagna sta attivando i suoi schemi motori di base. Sta usando la sua memoria alpinistica e sciistica, tanto che la malattia viene per un attimo messa in panchina e lui torna quasi sano praticando sci e vie ferrate brevi”.

ph. Federico Bambara e Roberta Maffiodo
Parlavano però di attività contenute, di due ore al massimo, quanto dura l’effetto “placebo”. Perché queste azioni, grazie all’adrenalina che si crea naturalmente, stimolano la produzione di dopamina. Cosa che non accade nella normale camminata.
Si favorisce così la crescita del patrimonio neuronale e, rafforzando il sistema nervoso, si conservano le attività motorie e, in alcuni casi come il mio, si recuperano quelle momentaneamente perse.
Ma il troppo stroppia.
E porta al risultato peggiore.
Quest’estate, per arrivare in vetta a tutti i costi su un monolito che mi ha impegnato per più di quattro ore, ho superato il livello di guardia e di resistenza. Ho dovuto farmi recuperare dall’elisoccorso. L’esperimento è fallito.
La stessa cosa è accaduta sugli sci. Spinto da chi, in buona fede, vorrebbe vedermi fare le piste di quando stavo bene, mi sono avventurato su tracciati non adatti. Anche in quel caso ho dovuto ricorrere ai soccorritori per tornare a valle.
La conseguenza è stata inevitabile: sono ricaduto in una profonda depressione. Una depressione che mi ha bloccato nelle funzioni base, al punto da rischiare, proprio a causa di questo stato, di finire su una sedia a rotelle.
Non me la sentivo più nemmeno di presentare i miei libri. Per onestà. Perché avevo raccontato i “miracoli” dell’arrampicata e dello sci.
Poi, fortunatamente, è arrivato in mio soccorso un medico alpinista – che citerò come merita in un articolo a lui dedicato – con un progetto preciso. Facendomi arrampicare su una palestra di roccia artificiale mi ha dimostrato che ciò che sostengono i medici è vero.
Ma mi ha anche preso sotto la sua ala protettiva, per impedirmi di eccedere, preso da un’adrenalina fuori controllo, su vie ferrate, falesie e piste troppo difficili e faticose. Quelle, se voglio continuare a frequentare la montagna – mia ragione di vita – devo dimenticarle.
Avuta conferma che nulla è cambiato quando arrampico, abbiamo preparato anche l’esperimento sugli sci. Un modo per esorcizzare la paura: non solo di non sciare più, ma nemmeno di riuscire a camminare, dopo i precedenti interventi del soccorso sulle piste.
Questa volta, però, ho deciso di fare tutto da solo. Senza chiamare nessuno che potesse spingermi oltre il limite.
La località scelta è stata San Sicario.
Ed è lì che accade il miracolo.
La pista bassa l’ho trovata esattamente come la volevo: perfettamente battuta dai gatti delle nevi, con una fresatura capace di eliminare ogni ostacolo. Nessun rischio di cadere, nessuna necessità di forzare la curva, anche in presenza di blocchi motori.
Felice come non mai, ho capito di essere tornato quello che ero. Di poter ancora sciare.
Anche se questa stagione la chiudo qui, in bellezza.
Tornato ad Avigliana, sono andato a fare ancora una volta il giro del parco “Alveare”, per completare l’esperimento. E lì ho avuto la conferma definitiva: la dopamina naturale, prodotta in montagna, non aveva ancora esaurito il suo effetto.
Avevo volutamente saltato la compressa.
Ed è stato un successo.
Un successo che mi ha restituito qualcosa che credevo perduto: la voglia di vivere. E, soprattutto, la capacità di sperare.





